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lunedì 14 maggio 2012

Capitoli 13,14,15

Capitolo 13
 



– Buongiorno signor Mario! – Esordì Fiore. – Come va la vita?
– Buon giorno Fiore. – Rispose Mario con un sorriso di plastica, quelli di
pura cortesia.
– Passavo di qua e mi sono detto: quasi quasi vado a fare visita al signor
Mario, è un po’ che non ci vediamo, vero signor Mario?
– Già è un bel po’. – Rispose Mario, per niente contento della visita.
Mario non solo non aveva mai digerito Vincenzo Fiore ma, visto le sue
frequentazioni, ci teneva in particolar modo a che restasse il più lontano
possibile da lui e dalla sua attività.
Fiore era un ragazzotto di origine napoletana di circa venticinque anni,
con i modi di fare tipici del “guappino”. Aveva in passato lavorato come
cameriere anche per Mario, per fortuna solo tre mesi, giusto il tempo di una
stagione. Era il classico “sapientone” che sapeva di tutto e di tutti, sempre
pronto a dispensare consigli.
– La famiglia signor Mario?
– Bene, tutti bene, grazie. – Rispose asciutto Mario.
– E i bambini come stanno? Saranno cresciuti adesso…
– Eh, appunto, loro crescono e noi s’invecchia.
– Già, ma li lascia sempre da soli a casa la sera? – Chiese in maniera un
po’ troppo inopportuna Fiore.
La domanda gelò Mario, non gli aveva mai dato abbastanza confidenza
perché lui potesse essere a conoscenza di certi dettagli della sua vita privata
e in più, quella frase, buttata lì senza troppi preamboli, aveva un suono parecchio
sinistro. Gli venne in mente il casuale incontro con l’Avvocato De
Santis al Pronto Soccorso, il ragazzo che parlava con lui, il racconto di Laura
e Fiore era amico stretto dell’Avvocato. Mario lo congedò in maniera sbrigativa
con la scusa che aveva da fare e telefonò subito al suo amico Luca.
– Quindi voi dì che potrebbe esse’ tutto a scopo di estorsione? Il bersaglio
non sarebbe Laura, ma te? – Domandò Luca dopo avere ascoltato
attentamente il racconto di Mario. Non polemizzò sul fatto che gliene avesse
parlato solo adesso, non ne aveva voglia, aveva già discusso abbastanza
con il suo amico e non gli pareva il caso.

– Non lo so. – Rispose Mario, dal canto suo, sorpreso e incoraggiato che
Luca non lo avesse rimproverato. – Ma te immagina di portà un padre al
punto di di’: quanto volete per lascià ’n pace la mi’ figliola? Una sorta di
estorsione volontaria. Ma allo stesso tempo, tutto vesto tràffio per cosa?
Per chiéde de’ssoldi a un commerciante che riesce a malapena ’arrivà a
fine mese? Te lo sai Luca sei di ’asa, e di vesti tempi… è maiala!
– Ma il tu’ locale quanto potrebbe valé? – Lo interruppe Luca, mostrandosi
per la prima volta sulla stessa lunghezza d’onda di Mario.
– Boh!... Almeno trecentomila.
– Avrebbero cercato di plagià Laura, non riuscendoci sarebbero passati
alle maniere forti, all’omicidio? – Pose la questione Luca. – La ’osa sta in
piedi ma mi ’onvince meno il fatto che possano esse’ arrivati a usà il mezzo
dell’omicidio intimidatorio. Questa malavita di provincia non è capace e pò
non ha interesse a utilizzà certi sistemi, in una piccola città come Viareggio
farebbero troppo rumore e ’un gli ’onverebbe. Comunque non è una ’osa da
sottovalutà, farò de’ ccontrolli e te Mario tienimi al corénte, qualsiasi altra
cosa succeda o ti venga in mente, magari questa volta un po’ prima, eh!
Concluse Luca, con un leggero ed affettuoso tono polemico.
– Aspetta! – Lo fermò Mario. – Che sta succedendo Luca?
– Te stai tranquillo, magari ’un lascià più ’ bbimbi a casa da soli, portali
piuttosto alla trattoria, lo so è un sacrificio per tutti ma forse è meglio. Cerca
però d’un allarmàlli, io intanto ti metto qualcuno dietro, ok? – Concluse Luca
abbracciando Mario e sentendo quell’orso per la prima volta tremare.
– Grazie Luca.
– E di che? – Rispose Luca. – A che servino sennò gli amici.
 




 Capitolo 14



La tranquillità ostentata davanti a Mario, non corrispondeva per niente al
suo reale stato d’animo. Luca era preoccupato, non riusciva a trattare questo
caso con la necessaria freddezza. L’incapacità di riuscire a darsi delle
risposte lo rendeva tremendamente nervoso e quando lui era nervoso,
s’incazzava. Fra l’altro, grazie alla collaborazione dell’Interpol, era stato
possibile effettuare anche il confronto vocale, sempre col mezzo telefonico,
fra Antonio De Felice e Laura, ma il risultato aveva dato esito negativo e,
non solo la voce di Antonio risultava a Laura completamente sconosciuta e
diversa da quella del misterioso telefonista ma, in più, il Dottor Antonio De
Felice, risultò pure essere afflitto da una forma piuttosto grave di balbuzie,
patologia che l’aveva costretto addirittura a rinunciare all’insegnamento per
dedicarsi esclusivamente alla ricerca. Nell’occasione venne anche confermato,
dall’Istituto Oceanografico di Trieste, l’alibi del Dottor De Felice, che
risultò per tutto il tempo indicato, imbarcato a bordo della nave “Neptunus”.
– Andiamo Rizzo! – Disse il Vannucci, evidentemente un po’alterato.
Salirono in macchina, Rizzo conosceva bene il collega, quando era così
incazzato la cosa migliore era stare zitto e lasciarlo sbollentare. Il Vannucci
come al solito montava in macchina dalla parte del guidatore senza curarsi
minimamente se poteva esserci qualcun altro e, soprattutto, se l’auto stessa
potesse essere di qualcun altro. Rizzo lo assecondava e si lasciava scarrozzare
in giro, guardandosi bene dal non commentare, fino a che non fosse l’Ispettore
stesso a rivolgergli la parola.
Stavano percorrendo via IV novembre quando, non curante di uno dei
tanti stop, evidentemente preso da altri pensieri, Luca si trovò all’improvviso
davanti un motorino.
– Attento Ispettò! – Urlò Rizzo, interrompendo istintivamente il suo voto
al silenzio.
Il colpo non fu eccessivamente violento ma abbastanza duro da far volar
per terra motorino e conducente.
– ‘Mmazza ‘e botta! – Disse Rizzo con le mani ancora aggrappate al
cruscotto.
– Madonna Santa! – Esclamò il Vannucci.
Uscirono entrambi dall’auto correndo verso la persona per terra.
– Tutto bene? – Chiese preoccupato il Vannucci.
Il conducente del motorino si sfilò il casco.
– No! Nu’ se lo tolga! – Esclamò Rizzo invano, quando ormai il casco
era tolto.
Era una ragazza mora, dai capelli lisci e molto lunghi, bella, molto bella,
avrà avuto sì e no trenta o al massimo trentacinque anni. Indossava un paio
di jeans piuttosto attillati e un giubbottino di raso lucido, rosso, con delle
scritte tipiche dei college americani. Stava seduta per terra e con il casco in
mano e se la rideva talmente di gusto che presto finì col contagiare anche i
due poliziotti.
– Vuole ’e chiami un’ambulanza? – Domandò il Vannucci cercando di
ricomporsi. – Sono un funzionario di Polizia, stia tranquilla, è colpa mia me
ne assumo tutte le responsabilità.
– No, non si preoccupi. – Rispose la ragazza, cercando nel frattempo di
rialzarsi, mentre Rizzo, invece, la esortava a non muoversi.
– Siete molto gentili ma ve l’ho detto, non è niente, piuttosto… il motorino…
– Disse preoccupata la ragazza, guardando il motorino a terra adagiato
su di un fianco con sotto la pozza di un liquido che, dall’odore che emanava,
sembrava carburante.
– Rizzo! Chiama il carro attrezzi! – Disse il Vannucci a Rizzo che nel
frattempo era rimasto incantato dalle forme dei jeans della ragazza.
– Che ore sono? – Chiese la ragazza.
– Le undici. – Rispose Luca.
– Dio mio! Arriverò in ritardo... oggi è il primo giorno. – Disse preoccupata
la ragazza.
– Il primo giorno di cosa? – Chiese Luca.
– Il primo giorno di lavoro, finalmente ero riuscita a trovarne uno e adesso…
accidenti!
– Mi dica dove deve andare che la accompagno io. – Si offrì con entusiasmo
Luca.
– In darsena, in un ristorante.
Salirono in macchina mentre Rizzo cercava di spostare il motorino sopra
al marciapiede.
– E mò che sta’ ffa’? Noo! ...Anvedi! Pure a piedi adesso! – Esclamò
Rizzo guardando Luca e la ragazza allontanarsi in auto. – ’N sé preoccupi
Ispettò! Tanto avo voglia dé fa’ du’ passi! – Gli gridò dietro il sovrintendente.
Passato il ponte di ferro, al semaforo, Luca girò a destra imboccando via
Coppino.
– Dov’è che devo lasciarla? – Chiese Luca.
– Ecco qui!
– Qui? Alla Trattoria sul Porto? – Domandò Luca sorridendo. – Ma
guarda un po’ le l’oincidenze avvolte…
– Perché lo conosce questo ristorante? – Domandò la ragazza.
– Se lo ’onosco? Questo è il ristorante di Mario, il mio migliore amico.
La ragazza scese, ringraziando Luca per la sua gentilezza.
– Aspetta! – Disse Luca.
– Io mi chiamo Luca e tu?
– Silvia. – Rispose la ragazza, evidentemente soddisfatta che lui glielo
avesse chiesto.
– Beh... ciao! Salutami Mario il proprietario e ’un ti preoccupà, al motorino
ci penso io. – Disse Luca. – Piuttosto, tu dovessi avé de’ problemi
fammi sapere, d’accordo? Ispettore Luca Vannucci, Commissariato di
Viareggio, ricordatelo.
– Sì, va bene. Ciao e grazie del passaggio! – Rispose la ragazza chiudendo
la portiera.





Capitolo 15


 
10 maggio 2007:

Il quartiere Varignano era la zona popolare di Viareggio, aveva guadagnato
una certa e ingiusta fama grazie a qualche personaggio che, in passato,
si era particolarmente distinto nell’arte di arrangiarsi, ma a parte questo
non lo si poteva definire propriamente un quartiere malfamato. Era comunque
il quartiere dove aveva sede l’impresa di costruzioni del De Santis e
dove vivevano alcuni personaggi che orbitavano intorno ai suoi affari. Il bar
Moretti era il punto principale di ritrovo.
Il sovrintendente Michele Rizzo abitava anche lui al Varignano, era originario
di Roma, aveva trentadue anni, un tipo basso, tarchiato, andava fiero
del fatto che qualcuno diceva somigliasse all’attore Ricky Memphis. Effettivamente
già per il suo accento capitolino, poi per lo stesso modo di vestire,
Rizzo ricordava in un certo modo l’Ispettore Belli del serial TV: “Distretto di
Polizia” e a lui stesso, in fondo, la cosa non dispiaceva, anzi, all’occasione
non disdegnava per niente marciarci sopra sebbene, questi suoi atteggiamenti,
facessero parecchio incazzare il Vannucci che, piuttosto, era l’esatto
contrario del classico “sbirro” televisivo.
– Che bevi Ciro? – Domandò Rizzo rivolto a un tipetto sulla quarantina,
senza capelli, magro come un chiodo e alto non più di un metro e cinquanta.
– Ueeh! Commissà! Che piacere! Lasciatelo a me l’onore di offrirvi da
bere.
– Quando sarò Commissario me pagherai da bere. – Rispose Rizzo.
Al Varignano c’era una alta percentuale di originari campani, la maggior
parte di loro lavoravano nell’edilizia. Il bar Moretti era il punto di ritrovo di
questa piccola comunità e, nel contempo, il centro di reclutamento della
manodopera a “giornata”, molto utilizzata dalle Imprese dell’Avvocato De
Santis. Rizzo, da buon poliziotto, aveva fin da subito individuato i luoghi e i
contatti giusti per sapere, quando ce ne fosse stato bisogno, quello che c’era
da sapere e, al bar Moretti, bastava solo aver pazienza e capire al volo poi,
se c’era qualcuno che aveva qualcosa da raccontare, sarebbe venuto alla
fine a raccontarlo lì.
– Se té faccio un paio de domande mò che fai? Mé risponni oppure té
devo portà in Commissariato?
– Al bar Moretti fanno nù caffè che è quasi cumme chillo e Napule, –
rispose Ciro, – ma nu’ n’è cumme chello e Napule. Pe’ bere il vero caffè
napoletano bisogna pigliàllo a Napoli, mi capiscìste Commissà! – E avvicinandosi
a Rizzo a bassa voce disse: – Stasera sul mare a Torre del Lago,
davanti alla rotonda a mezzanotte. Forse c’ho qualcosa di interessante pe’
voi. Buona journata, Commissà!
Quando Rizzo arrivò erano le undici e mezzo. Accostò sul bordo della
strada, un centinaio di metri prima della rotonda. Sapeva perché Ciro gli
aveva dato appuntamento lì, essendo il suo informatore, non era la prima
volta che si incontravano in posti strani o perlomeno ambigui. La Marina di
Torre del Lago, come scendeva il sole, era frequentata da personaggi equivoci,
in genere coppie o gay in cerca di forti emozioni e pure Ciro Vitiello
non disdegnava certi incontri “emozionanti”.
Praticamente tutti lo sapevano e quindi nessuno ci avrebbe fatto caso più
di tanto se avessero visto Ciro lì, parlottare con qualcuno. Rizzo invece ci
faceva caso e la cosa gli scocciava e non poco.
Arrivò mezzanotte, Rizzo scese di macchina e s’incamminò a piedi alzandosi
il bavero della giacca per non essere riconosciuto. Oltrepassò il
muretto che separava la strada dalla spiaggia e s’incamminò verso il mare.
C’erano altre persone che “girottolavano” sulla spiaggia, così, per evitare di
essere visto, Rizzo passò sui lati della spiaggia meno illuminata, costeggiando
il bagno Stella del Mare fino ad arrivare quasi sul bagnasciuga. Si guardò
intorno ma non riconobbe Ciro in nessuno di quei frequentatori notturni della
spiaggia.
“E sì, vista ’a altezza da corazziere, nu’ dovrebbe esse’ difficile isolàllo”,
pensò Rizzo.
C’era sulla sua sinistra, verso Vecchiano, una sdraio aperta rivolta verso
il mare con qualcuno seduto sopra. “Ecco’ llà”, pensò Rizzo, “mò sta a
prènne ’a tintarella de luna”. Si avvicinò velocemente sempre più convinto
che fosse lui. Gli arrivò da dietro e quando fu alla distanza utile per poggiare
la mano sulla sdraio, ancor prima di poter dire la battuta che intanto si era
preparato, si bloccò di colpo ed estrasse la pistola. Si girò intorno a 360
gradi, non vide nessun’altro. Tornò a guardare verso la sdraio, Ciro Vitiello
era disteso sulla sdraio con le braccia aperte quasi a toccare la sabbia, i
pantaloni e le mutande abbassati fino alle caviglie. Giaceva con gli occhi
sbarrati, sotto il mento un foro, punto di origine di una quantità notevole di
sangue che aveva oramai colorato tutto il collo, il petto e la sdraio di un unico
colore, rosso.
– Il referto della scientifica dice che è stata usata la stessa arma, una
calibro 9x21, sempre col silenziatore e sempre a bruciapelo, un colpo unico
e mortale, sparato proprio mentre… diciamo “veniva”. ’Nsomma, pensava
de venì e ’nvece partiva! ’N sò se me spiego Ispettò. – Concluse Rizzo.
– Sempre spiritoso eh Ispettore Culligan? – Disse il Vannucci a presa
per il culo – Ammettilo che invece ti sei càato ’n mano.
– Ma che sta ’ddi’ Ispettò, mò adesso nun esageramo… diciamo che nu’
m’ aaspettavo. Comunque, tornando al matto, adesso sappiamo che è pure
frocio. – Disse Rizzo.
– Chi? Ciro? – Domandò il Vannucci.
– No, l’assassino, che Ciro era frocio ’o sapevamo già, il killer invece è
un frocio furbo che gli ha fatto ’r serviziétto col palloncino, che poi ha fatto
sparì pe’ nu’ lascià tracce de saliva, capito er frocio! Cè stanno, infatti,
tracce de lubrificante da profilattico.
– Già! – Disse il Vannucci. – Sembra una cazzata, ma se non altro restringe
il cerchio: un metro e ottanta e nel giro de’ ggay, o meglio, non credo
che qualcuno gli avrebbe fatto mai il “servizietto”, come lo chiami te, prima
d’ammazzàllo, se non era anco lu’ finocchio. Anche perché sembra chiaro
che chi l’ha ammazzato si trovava proprio li, diciamo… in “quella zona”.
Dice così il referto della balistica riguardo a traiettorie e cazzi vari no? E poi
fa sparì le tracce, dunque vol di’ che ha paura d’esse’ identifiàto, cioè che
probabilmente è nella lista de’ ssospettati.
– Vole di’: traiettorie e cazzo de Ciro caso mai. – Fece la battuta Rizzo.
– Sì serio per favore, credo che la cosa si complichi invece: supponiamo
che sia gay, un gay che ha perso la testa per Laura… dai, la ’osa ’un istà ’n
piedi. – Disse scoraggiato il Vannucci.
– Se chiamano bisex! Se deve aggiornà Ispettore.
– Te invece vedo che sei piuttosto aggiornato eh! Sarà meglio che mi
camìni davanti d’ora ’n poi?
– Se preferisce fa’ ’a parte de quello che sta dietro Ispettò, faccia pure!
Mo m’adàtto.
– Ma vaffanculo! – Rispose il Vannucci tirandogli dietro la spillatrice.
– Bono, bono Ispettò, stavo a scherzà, nun se scaldi, piuttosto aspetti, c’è
dell’altro! – Riprese Rizzo. – Hanno trovato un’altra collanina.
– Un’altra collanina di perline? – Chiese il Vannucci.
– Sì Ispettò, come quell’altra.
In effetti il nuovo omicidio creava ancora più confusione di quanta non
ce ne fosse già, l’Ispettore Vannucci doveva per forza di cose cercare di
fare il punto della situazione e “le piste”, pensò, “erano tre. 1) Lo psicopatico
che s’invaghisce di Laura, non si mostra perché magari menomato, complessato
e al momento che si rende ’onto di perderla comincia a uccide,
lasciando delle firme come tutti gli psicopatici. Ma perché usà l’identità del
De Felice e della sua famiglia? Com’è che li ’onosce così bene? E poi Laura
ha parlato con i De Felice. 2) I De Felice stessi, coinvolti in un macabro
gioco con posta evidentemente milionaria. Un complice esterno che telefona
e opera sul posto e che comincia a uccide al momento che si rende ’onto
di perde’ il controllo di Laura. Uccide per spaventarla e portarla di nuovo al
gesto sconsiderato, che poi è l’obbiettivo finale del gioco. L’uso della SIM,
intestata ad Andrea De Felice, semplicemente una regola del giòo, la collanina
una firma segnapunti. 3) La malavita locale, con uno spietato sistema per
estorce’ denaro o addirittura la trattoria a Mario. E i De Felice? Fanno parte
anche loro dell’organizzazione? Ma perché mostràssi e méttisi ’osì allo scoperto?
E la collanina? Mh… tante suggestioni e poi indizi. In tutti e tre i casi,
comunque, Ciro Vitiello è morto perché ha visto, ha visto un assassino alto
un metro e ottanta, bisex, e molto furbo”.
Gli venne in mente, all’improvviso, il racconto di Mario del Pronto soccorso
a proposito di quel ragazzo alto col pizzetto che parlava con De Santis
e che avrebbe poi fatto visita a Laura. Doveva saperne di più, aveva bisogno
di una descrizione dettagliata di quel ragazzo, doveva essere individuato.
– Pronto Mario! Devi venì subito in Commissariato, porta anche Laura.
– Che succede? – Rispose Mario, evidentemente allarmato.
– Niente stai tranquillo, sto solo facendo il Poliziotto, t’aspetto, ciao.
Vennero passati al setaccio tutte le foto segnaletiche di individui con
precedenti penali corrispondenti alle descrizioni fornite dai Maffei, finché
non saltò fuori la sua faccia e il suo nome:
Carmine Iorio, nato a Napoli il 25 Marzo 1978 e residente sempre a
Napoli in via Luca Giordano 190, precedenti penali per truffa.
15 maggio 2007, Napoli, Commissariato Centrale
– Signor Iorio, cosa ci faceva lei la sera dell’8 aprile 2007, per la cronaca
il giorno di Pasqua, al Pronto soccorso Versilia di Lido di Camaiore? – Domandò
l’Ispettore Ingargiulo del Commissariato centrale di Napoli.
– Accompagnavo un amico che si era sentito male. – Rispose Carmine
Iorio.
– E l’amico conferma essere l’Avvocato Guido De Santis?
– Sì.
– Che rapporti ha con l’Avvocato De Santis?
– Niente, è un amico di famiglia, è sempre stato il legale della mia famiglia.
– La notte a cavallo tra l’8 e il 9 aprile, ha fatto visita alla signorina Laura
Maffei, sempre nello stesso ospedale?
– E chi è? Nun l’ha conosco proprio chista… signurina Laura.
– Si reca spesso in Versilia, signor Iorio?
– Qualche volta, pe’ lavoro.
– E che lavoro svolgerebbe in Versilia?
– Quadri, commercio quadri, tutta roba pulita eh!
– Conosce qualcuno della famiglia De Felice?
– De Felice? Nu’ conosco a niscuno con questo cognome, sono di Napoli?
– Dove si trovava la sera del 21 Aprile?
– Posso dirle di sicuro che in quei giorni mi trovavo a Napoli, lo possano
confermare molte persone ma francamente non riesco a ricordare dove
potessi essere o cosa stessi facendo a quell’ora.
– E la sera del 10 Maggio? – Continuò serrando il ritmo l’Ispettore
Ingargiulo.
– Ecco lì posso essere più preciso. Era il compleanno della mia ragazza
e siamo andati a mangiare da “Vincenzino” e poi a ballare allo “Skylab”,
sempre qui a Napoli naturalmente.
Non emerse niente che potesse almeno somigliare a un indizio, tutta la
storia continuava a essere avvolta da una misteriosa e fitta nebbia.

continua...



"Persone che non c'erano"
è edito da ZONA Editrice, per la collana ZONA Contemporanea.
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lunedì 7 maggio 2012

Capitoli 10,11,12

Capitolo 10

Renzo era in ginocchio, piegato sul WC come se stesse vomitando. Dalla
sua nuca colava un rigo di sangue che, scendendo lungo la schiena, colorava
di rosso la camicia bianca fino alla cintura.
Più in alto sulla parete, di fronte, c’era un foro nella mattonella, attorno al
quale colava anche lì del sangue, mischiato ad altra materia organica.
– Il proiettile è un calibro 9 x 21, è stato esploso da distanza ravvicinata,
un colpo singolo, preciso alla nuca, mentre la vittima era intenta a urinare. Il
proiettile ha trapassato il cranio conficcandosi nella parete. Considerando la
traiettoria leggermente in discesa, deve essere stato esploso da una persona
probabilmente più alta della vittima. Al momento non posso essere più preciso.
Concluse il funzionario della Scientifica.
Furono interrogati tutti i presenti, a cominciare da Laura, che riferì di
avere sentito distintamente, all’interno del locale, la voce di Andrea De Felice.
Adesso le cose avevano preso una piega diversa; anche se non si poteva
ancora collegare l’omicidio allo sconosciuto telefonista, ora c’era il morto e
tutto quanto doveva per forza di cose essere visto sotto un’altra luce, senza
tralasciare niente, nemmeno quello che prima poteva sembrare insignificante.
– Ti rendi ’onto di che rischi hai corso? – Disse l’Ispettore Vannucci
rivolto a Mario.
– Che rischi avrei corso? Era meglio se la lasciavo da ssola? O forse è
successo tutto per colpa di que’ ddue che n’ho messo dietro? – Rispose a
tono Mario.
– Non lo so, so solo che ti sei messo a ffa’ ’l poliziotto, senza ’ontà che
hai cominciato anco a girà armato… Rosa m’ha detto tutto. – Aggiunse il
Vannucci pensando di spiazzarlo.
– Ti da noia che io abbia fatto il poliziotto al tu’ posto? Almeno io c’ho
provato, se invece lo avessi fatto te il poliziotto un po’ prima, forse quel
ragazzòtto ora sarebbe ancora vivo.
Luca incassò il colpo. C’era sempre stata una sorta di dominanza psichica
e fisica in Mario che Luca aveva sempre silenziosamente accusato.
Luca Vannucci era più alto di almeno dieci centimetri di Mario e aveva
un fisico più longilineo. A pallone, Luca, si “beveva” Mario fischiettando, ma
le volte che avevano litigato, e da buoni amici era successo sia a parole che
con le mani, Mario aveva sempre avuto la meglio, anche se, e questo Luca
lo sapeva, Mario non gli avrebbe mai fatto veramente male, Mario gli voleva
troppo bene, anzi, con Luca poteva litigarci solo lui, guai agli altri.
Nessun movente, nessuna pista da seguire se non quella di Andrea. Dalla
questura di Napoli, dopo i controlli fatti con la compagnia telefonica, che
confermò l’intestazione di una scheda SIM acquistata un anno prima ad
Andrea De Felice, arrivò anche la conferma che il raffronto con le foto sul
telefonino di Laura era risultato positivo: Andrea e la sua famiglia esistevano
per davvero.
– L’Ispettore Vannucci per favore, sono la moglie.
– Un attimo, signora, vedo se è in ufficio. – Rispose il centralinista.
– Vannucci c’è la tu’ moglie, te la passo?
– La vòi te la regalo? – Domandò il Vannucci al centralinista.
– Tienitela pure. N’ho abbàsta della mia. – Replicò prontamente il centralinista.
– Pàssimela giù! – Disse il Vannucci, alzando gli occhi al cielo.
– Luca?
– Sì ciao Luisa, che c’è?
– T’ho chiamato perché Sara ha la febbre e… e non credo che questo
fine settimana, potrà venire da te. – Disse Luisa.
Dopo un attimo di silenzio, Luca replicò:
– Ma si pò sapé perché, quando tocca a me, c’è sempre qualche problema?
– Cosa stai dicendo? Che te lo faccio apposta? – Rispose inviperita
Luisa.
– Noo! Ci mancherebbe altro. Te sei una santa! Sono io che so’ sfigato. –
Rispose Luca con una buona dose di velenoso sarcasmo.
– Sì! Sei sfigato e pure stronzo!... Ah, se solo avessi dato retta a mia
madre. – Replicò Luisa.
– Già era meglio, perlomeno ora saresti a rompì ’ccoglioni a qualcun
altro! – Rispose a tono Luca. – Senti madama Butterfly, ora c’ho da fa’ e
po’ t’ho detto d’un chiamàmmi in ufficio, hanno ’nventato ’ttelefonini, lo sai?
Salutami Sara, ciao! – Concluse Luca sbattendo la cornetta sul telefono.
Luca era nero come la pece e Rizzo pensò bene che era venuto il momento
di fare qualche fotocopia. Fece per svignarsela quando il Vannucci lo fermò:
– Notizie dalla Procura?
– Il Sostituto Procuratore ha già inviato àa richiesta alla Procura de Napoli,
penso che nùn cé vorrà molto pe’ sapé qualcosa. – Rispose Rizzo.
– Piuttosto Ispettò, c’è quéla storia dée banconote farse al supermercato.
Bisognerebbe annà a controllà.
– Sì, hai ragione andiamo, così passo ancò in farmacia, m’ha fatto venì ’l
mal di testa vel tegame.
Luisa e Luca erano sposati da dieci anni, un periodo caratterizzato fin
dall’inizio da una così profonda ed incolmabile incomprensione che, dopo
solo cinque anni di matrimonio, portò alla separazione, sostituendo all’amore,
lotte e diatribe varie con la figlia Sara al centro di un’eterna contesa.
Nonostante il Tribunale avesse ufficialmente riconosciuto alla madre l’affidamento
della bambina e al padre l’obbligo degli alimenti, Luca e Luisa si
erano accordati per una sorta di affidamento congiunto, dove Luca avrebbe
potuto tenere con sé sua figlia per un determinato numero di giorni stabilito.
Regolarmente però, vuoi per un motivo o per l’altro, saltava fuori sempre
qualche “grave” problema che impediva a Luca di beneficiare di quanto
concordato e in fondo a lui spettante. Effettivamente sembrava che Luisa
glielo facesse apposta, tanto che questa era ormai per Luca una sorta di
regola annunciata.
C’erano così determinati giorni, che il collega Rizzo poteva benissimo
prevedere con largo anticipo, nei quali il buon senso consigliava di girare al
largo dall’Ispettore, bastava solo conoscere il calendario degli affidamenti,
per scamparla o perlomeno, provarci.
Quel giorno, però, Rizzo se la cavò con un’aspirina, il Vannucci era talmente
preso dal caso che smaltì rapidamente il giramento di scatole assieme
al mal di testa.
Dall’interrogatorio svolto a Napoli, Andrea De Felice e i genitori, negarono
di aver mai conosciuto Laura Maffei. Andrea dichiarò, inoltre, di non
avere posseduto quella scheda SIM con quel numero di telefono. Tutti quanti
avevano fornito un alibi per l’ora dell’omicidio, soprattutto Andrea che
all’ora dell’omicidio si trovava al Pronto soccorso dell’Ospedale Cardarelli
di Napoli per un incidente in moto. I Verbali di Pronto Soccorso e della
Stradale lo confermarono.
– Andrea De Felice, nato a Napoli il 4 agosto del 1975, professione
carpentiere. Suo fratello Antonio De Felice, nato a Napoli il 18 dicembre
del 1968, di professione ricercatore e docente di biologia marina presso
l’Università di Trieste dove vive e lavora da circa dieci anni e dove s'è fatto
pure àa famiglia; è infatti sposato co’ due bambini. Cioè… nun è che è un
pedofilo-poligamo, volevo solo di’ ch’è sposato co’ su’ moglie e che, sempre
da su’ moglie, ha avuto du’ figli… n’so se me spiego Ispettò.
– Oh Rizzo, ma stamattina sei venuto a lavorà o hai mandato la
’ontrofigura?... Ho capito, ’un so’ mmià sscemo, vai avanti.
– No, volevo solo esse’ preciso… n’se sa mai.
– Rizzo, il giorno che te sarai preciso, pisceranno le galline.
– Perché? Le galline nu’ fanno àa pipì?
– Ma c’ho fatto di male?! – Esclamò disperato il Vannucci. – Lasciamo
pérde, va’ avanti per favore.
– Mò c’ho detto?... ’mmazza ’e carattere, va beh, dov’è che ero rimasto?…
Ah sì! Pare che dal 2 aprile 2007, ’sto Antonio De Felice, si trovi a
bordo della nave “Neptunus” dell’OGS, leggo testualmente: Istituto Nazionale
di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale di Trieste, appunto, per
ricerche. Più precisamente si troverebbe a largo delle isole Falkland… Ispettò,
’ndò sarebbero ’ste isole?
– Patagonia, Sud America, credo o giù di lì. Comunque vai avanti, ’un ti
fermà più per favore. – Rispose il Vannucci.
– In fonno a destra, praticamente? – Continuò Rizzo.
– Rizzo, ’un è ggiornata oggi, se dici ancora una bischeràta ti sparo. – Gli
ordinò il Vannucci.
– Stia bono Ispettò, nun se alteri, era solo ’na domanda… comunque
dove se trovi il Dottor De Felice è tutto ancora da verificà. Sembrerebbe,
inoltre che, sempre il Dottor De Felice, sia un fervente attivista di Green
Peace. Poi… il padre Gennaro De Felice, nato a Napoli il 10 gennaio del
1947, professione Guardia Giurata. La madre Carmela Giordano, nata a
Salerno il 21 ottobre del 1950, professione casalinga. Tutti residenti, escluso
il figlio più grande, Antonio, a Napoli, in via Santa Brigida 242.
– Ora férmiti e piglia fiato Rizzo, ’un ci sei abituato a parlà troppo a lungo
in italiano e ’un voréi ’e ti facesse male. – Lo interruppe l’Ispettore.
– No aspetti Ispettò, nun ho finito: i De Felice avevano anche una figlia.
Aggiunse il Sovrintendente Rizzo. – Anna De Felice, nata il 15 agosto del
1973 e scomparsa il 15 agosto del 1990.
– Ah, il giorno del suo compleanno… poveraccia. – Commentò il Vannucci.
– Sembra si sia buttata o non si sa se l’hanno buttata, giù da ’na scogliera
de Procida. – Continuò Rizzo. – Il corpo non fu mai ritrovato, pare che la
conformazione dée scogliere e le corénti abbiano dato una mano, fu ritrovata
solo la borsetta con pochi effetti personali e, qualche giorno dopo, una scarpa
da alcuni pescatori, che i genitori riconobbero come della figlia. Di tutti i
membri dàa famiglia, risulta avere precedenti penali solo Andrea De Felice,
e comunque roba de poco conto, solo una denuncia per rissa. – Concluse
Rizzo.
– Delafìa! Siamo a ccavallo! – Borbottò l’Ispettore Vannucci. – Nessun
testimone e in più quel ragazzo, quel… Renzo, non aveva nessun motivo per
esse’ ammazzato. Fuori da qualsiasi giro particolare, nessuno screzio o particolari
nemici, mah!... Laura ha detto che hanno passato tutta la sera insieme
senza parlà con nessun’altro… un po’ pògo pe’ lavoràcci sopra. – Disse
il Vannucci guardando il Sovrintendente Rizzo.
– C’è solo ’sto Andrea De Felice, che sicuramente è uno scemo che ha
voluto giocà càa bimba del Maffei, e con l’alibi che c’ha lo si può solo
accusà d’esse’, appunto, scemo e pure tanto, visto che per fassi le seghe al
telefono ha usato il proprio numero. – Disse Rizzo, ricevendo dal Vannucci
un’occhiataccia che lo fece immediatamente pentire di aver parlato. Per un
attimo si era scordato che stava parlando della figlia del miglior amico dell’Ispettore.
– Novità dalla scientifica? – Domandò il Vannucci, passando sopra alla
poca delicatezza del Sovrintendente.
– A parte quello che già sapevamo, c’è la conferma che l’assassino
doveva esse’ alto circa un metro e ottanta, ha usato un silenziatore e non ha
lasciato tracce. Ah! Hanno trovato ar collo della vittima, una collanina de
perline de plastica colorata, come quelle de’ bambini e pare che prima nun
c’aavesse, bisognerà chiéde a Laura conferma. Impronte c’è ne sono quante
ne vuole, basta solo capì se ci sono anche quelle dell’assassino. Ne hanno
isolate e contate 96 tipi diverse. – Concluse Rizzo.
– Ecco bravo! Passale sul Database, vedi se esce qualcosa. – Gli ordinò
con gusto il Vannucci.



Capitolo 11

Il confronto delle foto di Andrea De Felice e della sua famiglia con le
immagini sul telefonino di Laura risultò positivo e la stessa Laura confermò,
indicando Andrea De Felice come la persona con cui lei aveva avuto la
relazione telefonica. Non restava, a questo punto, che comparare le voci. Su
richiesta della Procura di Lucca fu eseguito, così, un confronto vocale a
mezzo di apparecchio telefonico tra Laura, Andrea De Felice e i suoi genitori.
Un confronto dal vivo poteva essere condizionato e influenzato dall’ambiente
e dalle emozioni, il Vannucci pensò che poteva essere, quindi, più
attendibile se si fossero ricreate le condizioni in cui si svolgevano realmente
le conversazioni.
Laura si prestò al confronto ma l’esito della prova non fece altro che
complicare le cose, lei non riconobbe nella voce di Andrea De Felice la
stessa del telefonista misterioso, ma riconobbe, invece, le voci dei genitori
per come si erano presentati.
– Bene ora ’un lo possiamo neanco accusà d’esse’ scemo. – Disse deluso
il Vannucci. – Non ci sono elementi per perseguì Andrea De Felice, né
per le molestie né per l’omicidio di Renzo Ghilarducci, mah… Ascolta rizzo:
della telefonata ricevuta da Mario la sera che Laura è stata portata in ospedale,
hai controllato ’ttabulati?
– Sì e risulta fatta da ‘na gabina telefonica a Pisa, per la precisione da
Migliarino. – Rispose Rizzo.
– E oh, ti pareva! Era troppo facile sennò. – Commentò l’Ispettore.
“A meno che Laura nel Pub non sia stata vittima della sindrome di
Stendhal, il che pò anco esse’ probabile visto il grado di coinvolgimento della
ragazza, questo telefonista fantasma rimane pratiaménte l’unio indiziato”.
Pensò il Vannucci. “Si fa chiamà Andrea De Felice ma non è Andrea De
Felice ma allora perché utilizzà l’identità del De Felice e tirà in ballo tutta la
su’ famiglia? Li ha scelti a caso o li ’onosceva? E come si è procurato le foto
di tutta la famiglia e i documenti di Andrea necessari per acquistà una SIM?
Poi, comunque, Laura aveva rionosciùto le voci de’ggenitori e ci sono i tabulati
telefonici della SIM di Andrea e di Laura che confermano il tràffio di
chiamate sia in ingresso che in uscita e le celle di provenienza, questo, se
non altro, esclude che Laura si sia ’nventato tutto. Ma perché ammazzà il
ragazzo? Gelosia? Pazzia? Uno scemo da solo lo si pò definì un maniaco, un
gruppo di sscemi si chiama organizzazione”.
La teoria del gioco l’aveva già verificata, c’erano stati effettivamente
casi analoghi un po’ in tutta Italia ma ogni indagine intrapresa non era approdata
a nulla. Addirittura si era formulata anche l’ipotesi di una setta religiosa
ma la cosa era finita lì.
“Ma se fosse questa la pista giusta”, continuò a pensare l’Ispettore, “allora
i De Felice potrebbero esse’ tutti d’accordo e si sarebbero, inoltre, serviti
dell’aiuto di un complice esterno, dotato di una voce “suadente”, armato
di una calibro 9x21 e magari non necessariamente giù a Napoli ma qui a
Viareggio. Usà poi un numero di telefono intestato a uno di loro potrebbe
esse’ una sorta di tagliando necessario per riscuote il montepremi in caso di
vincita, una regola obbligatoria del gioco per attestarne la partecipazione. E
l’obbiettivo del gioco? Spaventare, plagiare, soggiogare una ragazza fino a
falla impazzì e portarla al suicidio. Certo che deve esse’ alta la posta in giòo
per giustificà questi mezzi”. Restava comunque ancora da verificare la voce
del fratello Antonio ma finché lo stesso non avesse fatto ritorno in terra
ferma, questo non sarebbe stato possibile o perlomeno attendibile.
– Rizzo! Andiamo a fa’ colazione, dai!


 
Capitolo 12

Era una bella mattina di maggio, il sole era caldo, una piacevole anteprima
dell’estate.
Guardando tre ragazzi in pantaloncini e ciabatte con tanto di rastrello in
spalla e diretti verso la spiaggia davanti a piazza Mazzini, Luca pensò che
avrebbe rinunciato anche a sei mesi di stipendio pur di poter andare anche
lui “a ffa’ nnìcchi”, invece di restare lì, in fila, a bollire in macchina.
Aveva appuntamento col Dottor Bertuccelli per mezzogiorno nel suo studio
al Marco Polo, l’aveva chiamato la sera prima, voleva qualche informazione
sulle motivazioni che avevano spinto sua moglie al suicidio.
Questa era la parte del suo lavoro che odiava di più: parlare con i vivi dei
loro morti.
Il Dottor Emilio Bertuccelli era un noto chirurgo, rimasto involontariamente
al centro di una brutta vicenda, nei primi anni novanta, con la morte
per suicidio della moglie Eleonora, dopo una presunta relazione con una
persona, la cui identità non fu mai veramente accertata. Si dice che nemmeno
la signora Bertuccelli avesse mai visto realmente dal vivo questa persona,
la relazione, infatti, da quanto sostenuto sempre dal marito, si svolse
esclusivamente e solo per telefono, una cosiddetta relazione al “buio”, che,
sempre da dichiarazioni del Dottor Bertuccelli, portò la moglie all’inspiegabile
gesto estremo.
Il professionista indicò sempre questa persona come unico responsabile
della tragedia, ma le indagini e le ricerche fatte non portarono mai all’identificazione
dello sconosciuto né fu possibile attribuire alcuna responsabilità a
suo carico, arrivando così all’archiviazione del caso come suicidio. Il Dottor
Bertuccelli, che fino allora era stato un brillante medico, Primario di Chirurgia
all’Ospedale Santa Chiara di Pisa, subì dalla vicenda un pesante tracollo
psicofisico che lo tenne a lungo lontano dalla professione, quanto bastò a
fargli perdere fama e notorietà.
– Dottore buongiorno!
– Ispettore è un piacere vederla, a cosa devo l’onore della visita?
“Ecco ora viene ‘l bello!” Pensò il Vannucci.
– Avrei bisogno di falle, purtroppo, qualche domanda sulla scomparsa di
sua moglie.
– E come mai? Se posso permettermi di chiederlo Ispettore, in fondo è
stato solo un suicidio, lo avevate detto anche voi no? Come mai adesso la
Polizia mostra nuovo interesse per la cosa?
– Il caso non l’avevo seguito io, ma, se non riòrdo male, lei sostenne che
c’erano delle responsabilità da parte di quella persona, per altro mai identifiàta,
che aveva intrecciato una relazione per telefono con sua moglie.
– Cos’è? È morto qualcun altro? – Chiese il Dottor Bertuccelli.
Il Vannucci schivò la domanda proseguendo nel suo interrogatorio.
– Ho a che fare con un caso che, per certi versi, mostra diverse analogie
con la metodologia relazionale con la quale quello sconosciuto diciamo…
catturò sua moglie. – Continuò il Vannucci.
– Tutto quello che avevo da dire lo dissi a quel epoca. – Rispose il Dottore.
– Chiesi anche aiuto, ma a tutta risposta ricevetti solo delle prese per il
culo! Mi perdoni la terminologia.
– Non si preoccupi. – Rispose il Vannucci.
– Mia moglie non aveva solo perso la testa per quell’individuo, lui l’aveva
plagiata, era come se lei avesse perso il senso della ragione; non la faceva
dormire la notte, la svegliava in continuazione…
“Ecco, appunto, questa è una delle ’ose che volevo sapé!” Pensò il
Vannucci.
– Ma lo sa che queste sono tecniche di tortura usate dai militari per
cancellare ogni forma di resistenza ai prigionieri? E mia moglie aveva perso
la sua volontà, la sua identità.
– Capisco. – Annuì il Vannucci. – Un’ultima domanda Dottore: sa dìmmi
se questo individuo usava minacciare sua moglie di lasciarla, o meglio, se
usava la tecnica del ricatto per indurla a tacere della relazione con tutti?
– Le confesso una cosa Ispettore, lo so non è legale, ma all’epoca registrai
a loro insaputa alcune conversazioni fra Eleonora e quel “bastardo” e
devo dire, che lui faceva sempre questo gioco, mia moglie passava continuamente
dalla serenità alla disperazione proprio grazie a questi giochetti,
finchè… – E s’interruppe, lasciando la frase incompleta.
– Quelle registrazioni le conserva ancora? – Chiese il Vannucci.
– No, quando è morta Eleonora ho distrutto tutto… capisce?
– Capisco Dottor Bertuccelli, capisco e stia tranquillo, noi non ci siamo
mai detti nulla. Le tolgo il disturbo Dottore, la ringrazio per il tempo che mi
ha dedicato.
– Non è stato un disturbo Ispettore, è stato solo un po’… un po’ doloroso
ricordare.
– Comprendo Dottore. Grazie e buona giornata!
– Grazie a lei Ispettore per il lavoro che sta facendo.
Il Vannucci stava per uscire quando il medico lo chiamò.
– Ispettore!
– Si? – Rispose il Vannucci
– Per favore… lo prenda.
– Stia tranquillo Dottore, stia tranquillo, arrivederci.



Continua...


"Persone che non c'erano"
è edito da ZONA Editrice, per la collana ZONA Contemporanea.
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