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domenica 15 aprile 2012

Capitoli 1,2,3

“Il Filosofo”




– Ledàa!... Oh Léda!
– Che vvoi Beppe?!
– Ti sérvin’ du’ cipolline?
– Sì vai!
– Vieni di và, pìgline quante te ne pare!
– Nòo! Me ne bàstin’ du’ o tre! …Lo sai no? Son’ da sola...







Capitolo 1




– Io un giorno o l’altro l’ammazzo! – Borbottò Laura, nascondendosi
sotto il cuscino. – Ogni domenica la stessa storia.
Era l’unico giorno della settimana non governato dalla sveglia, mamma e
papà erano già usciti e Chiara dormiva ancora, “se non ci fosse stato quel
rompipalle”, pensò Laura, avrebbe tirato dritto fino a mezzogiorno. Massimo
non poteva costituire problema poiché, se non usciva per andare a giocare
a calcio, avrebbe anche lui dormito fino a tardi o si sarebbe sicuramente
“auto ipnotizzato” davanti alla Playstation. L’unico problema restava sempre
e solo lui: il “Filosofo”.
La finestra della camera di Laura dava proprio sul campo di Beppe, il
“Filosofo”. Lo aveva battezzato così Mario, il padre di Laura, perché amava
imbarcarsi sempre in ragionamenti e filosofie tutte sue, magari talvolta anche
condivisibili, ma sicuramente molto pittoresche. Era un uomo alto e magro,
sulla settantina che, bisognava dire, portava piuttosto bene. Dopo aver lavorato
per anni nell’edilizia, adesso si godeva la pensione dedicando in pratica
tutta la giornata al suo orto che, a onor del vero, coltivava con rara maestria.
La cosa che più innervosiva Laura era il tono e il volume della sua voce. Il
Filosofo, infatti, riusciva ad avere lo stesso tono forte e roboante anche
quando pensava. Lei non lo odiava ma se lo avesse potuto cancellare dalla
faccia della terra, lo avrebbe sicuramente fatto.
Ogni domenica mattina, quindi, senza nemmeno la delicatezza di attendere
che scoccassero almeno le otto, lui andava inesorabilmente in scena e,
se per caso non aveva nessuno con cui chiaccherare, piuttosto cantava o si
lasciava andare all’esternazione di profondi monologhi esistenziali, il tutto,
sempre e comunque, con la precisa volontà di interferire col normale e
naturale corso delle abitudini dell’intera umanità.
Poi c’era Leda, l’inquilina del piano di sotto; vedova ormai da anni, con la
morte del marito aveva riscosso una cospicua cifra dall'Assicurazione, che
l’aveva trasformata in una delle persone più stimate e corteggiate del paese.
Aveva circa sessant’anni e non c’era giorno che non ricevesse la visita di
qualche parente o di qualche paesano, il quale ritualmente si presentava a lei
con piccoli doni, offrendo immancabilmente la propria disponibilità a prestarsi
per qualsiasi favore mai lei avesse avuto bisogno, in pratica una sorta di
processione con tanto di Re Magi.
Laura si era convinta che il filosofo, nonostante fosse felicemente sposato
(non si sa se altrettanto sua moglie), in qualche modo con la Leda ci
provasse, se non altro per non essere da meno a tutto il resto del paese.
Era una bella domenica di febbraio, fuori l’aria era ancora fredda, Laura
si coccolò al tepore delle coperte come con un caldo amante da cui era
impossibile staccarsi, ma erano le nove e tanto valeva a questo punto alzarsi.
Mamma e papà erano già usciti, il lavoro non concedeva loro nemmeno
la domenica e Chiara dormiva ancora come un angioletto accanto a lei. Con la
bambina, Beppe poteva ben poco, quando la piccola diceva di dormire neanche
un terremoto l’avrebbe svegliata, figurarsi quanto mai avrebbero potuto
disturbarla i suoi monologhi filosofici.
Massimo, come da copione, era già sveglio, aveva per prima cosa raggiunto
la cucina e, dopo essersi preparato accuratamente la sua
“colazioncina”, vegetava come uno “zombie” davanti alla televisione, intento
a consumare quel suo primo pasto mattutino consistente in una tazza
formato piscina di caffèlatte e un pacco intero di biscotti, dei quali, come al
solito, ne sarebbero rimaste ben poche briciole.
Laura oramai rassegnata, scese anche lei in cucina; mise su il caffè e
con rituale gesto controllò il telefonino; non c’erano messaggi. Si versò una
tazzina di caffè e si sedette al tavolo della cucina con lo sguardo perso nel
vuoto, in quel nulla dove avrebbe voluto volentieri far sparire per sempre
quel rompi palle del Filosofo.
Il telefonino cominciò a vibrare, era Federica.
– Laura?
– Ciao Fede. – Rispose Laura.
– Sei già sveglia? – Domandò Federica.
– Beh, se ti rispondo, te che dici?
– Mi sbaglio o ci siamo alzati un po’ pòino di traverso stamattina? –
Commentò Federica.
– Va beh... diciamo che non è il massimo del bongiorno, ti basta o vòi un
resoconto più dettagliato?
– No, no per l’amor di Dìo… è sufficiente. Non vorei prénde ancò io
d’aceto. – Rispose prudentemente l’amica.
Ormai, Laura e Federica, si conoscevano fin troppo bene e avevano
imparato entrambe a capire quando era il caso di girare a largo, l’una dall’altra.
In fondo erano due ragazze caratterialmente molto simili, unite dagli
stessi sogni e dagli stessi problemi, per loro, quindi, non era mai stato poi così
difficile comprendersi.
– Vediamo se riesco a ffatti passà ’l nervoso, – disse Federica, – ho uno
scoop eccezionale!
Laura passò improvvisamente dall’inquieto torpore alla curiosità.
– Scoop?! Dimmi, dimmi!
– Non ci crederai mai...
– Dai ti prego, ’un mi tené sulle spine.
– Ieri sera la Stefy… ha tradito Carlo.
– Coosa?! – Rispose stupita Laura. – E come fai a sapéllo?
– Me l’ha detto la Cristina, però te ’un sai nulla, mi raccomando ’un mi
sputtanà. Senti ora ’un posso parlà, c’è mi’ mà che mi ronza ’ntorno, ci
sentiamo più tardi per i partiolàri, ciao, ciao! – Concluse Federica,
riattaccando.





Capitolo 2


La domenica c’era sempre una certa agitazione nella trattoria ma oggi
più che mai fremevano anche i muri, era un giorno speciale, c’era l’ultimo
corso di Carnevale e Mario, da grandissimo pignolo che era, non stava fermo
un attimo.
Normalmente la sua meticolosità stuzzicava istinti omicidi a chiunque gli
passava vicino ma in particolare nelle grandi occasioni, tutto doveva essere
più che perfetto e in ordine e, finché era la sala il centro della sua attenzione,
le cose andavano bene ma quando la sua attenzione si spostava alla cucina,
lì arrivavano i dolori.
Rosa non sopportava le sue continue verifiche e le aspre critiche e la
cosa che la faceva più di tutto andare in bestia era quando Mario cominciava
ad assaggiare e a correggerle ogni pentola. La cucina era il suo territorio
e lei, da buona meridionale, non tollerava essere criticata né, tantomeno,
essere ripresa. Era una donna forte con un carattere deciso e modi di fare
piuttosto risoluti che a volte solo Mario poteva accettare e sopportare, ma
erano più di vent’anni che si tolleravano e francamente non era facile capire
se si erano abituati o in fondo si divertivano così. Sta di fatto che Mario
l’avrebbe di certo risposata e lei, magari borbottando, probabilmente avrebbe
fatto altrettanto. Rosa, nonostante i suoi quarantacinque anni, era ancora
una bella donna: bruna, occhi neri, prosperosa al punto che Mario aveva un
continuo bel da fare per difendere il suo territorio. Lui ormai non se ne
preoccupava più di tanto, aveva capito che comunque la gente lo temeva e
gli bastava semplicemente uno sguardo, per calmare i bollenti spiriti degli stupidi di
turno.
Mario Maffei aveva quarant’otto anni; robusto, pochi capelli e tanto orgoglio.
Amava giocare e scherzare con tutti ma non sopportava i prepotenti,
tanto meno chi osava oltrepassare quelli che lui definiva i limiti del rispetto.
Era viareggino ma aveva assai bene assimilato, vivendo con Rosa, i principi
e la mentalità del sud.
Mario e Rosa erano due buoni genitori, anche se entrambi avevano tempi
e modi che non coincidevano: Mario accusava Rosa di essere troppo dura
con i figli, mentre lei lo rimproverava del contrario. Per essi, comunque,
anche se con metodi diversi, sacrificavano ogni giorno la loro vita senza
nessuna concessione. Già gestire una trattoria non era di per sé molto facile;
gli orari, il contatto continuo con la gente che faceva di tutto per lasciarsi
ricordare, avere poi tre figli, rendeva le cose più complicate, non solo perché
tre bocche da sfamare son sempre tre bocche, ma sopratutto perché fare
quel mestiere significava avere poco tempo da dedicare loro e, come se non
bastasse, i tre “piézz ’e core” in questione, non perdevano mai l’occasione
per rinfacciarglielo.
– Mario! Rispondi al telefono, ho le mani sporche di pesce! – Disse
Rosa.
– Chi voi che sia a ‘quest’ora. – Rispose Mario. – Si saranno svegliati
’mmostri.
Era Chiara, la più piccola.
– Pronto papà, Massimo non mi fa vedé ’ccartoni.
– Passami Massimo. – Rispose Mario.
– Non vuol venire.
– Dov’è Laura?
– Laura è al telefono. Papà, hai finito di lavorare? Quando vieni? Laura
non ha ancora fatto da mangiare, io ho fàame!
– Di a Laura di posà ’l telefono e di fa’ subito da mangià, sennò quando
vengo a casa mi sente!
I Maffei vivevano a Torre del Lago e da anni gestivano una piccola
trattoria a Viareggio, in Darsena. Era un’attività che li impegnava molto e
soprattutto faceva condurre loro una vita troppo diversa dalle persone comuni:
non c’erano feste, non esistevano domeniche, in pratica loro lavoravano
quando gli altri facevano festa e viceversa. Era oltremodo difficile così
coltivare anche delle amicizie e naturalmente questo tipo di vita, con le sue
difficoltà, si rifletteva chiaramente anche sui figli, poiché alla necessità di
lavorare, era legato l’obbligo di seguirli e non lasciarli mai da soli, soprattutto
Chiara e Massimo che erano i più piccoli. Dopo deludenti esperienze con
varie babysitter e in fondo anche per risparmiare, Mario e Rosa avevano
così deciso di contare soltanto sulle proprie forze: organizzando dei turni, era
previsto che, quando Mario e Rosa si trovavano al lavoro, Laura fosse responsabile
dei suoi fratelli, mentre le volte che lei avesse desiderato uscire
con le amiche, Chiara e Massimo sarebbero restati in compagnia della la zia
o con i genitori stessi alla trattoria.
Laura era la figlia più grande, aveva diciannove anni ed era una ragazza
come tante e, come praticamente tutte le ragazze della sua età, sincronizza-
va la sua vita con il cellulare. Lo portava sempre con sé e guai a chiunque
provasse mai a sbirciarci dentro. Non era una brutta ragazza ma nemmeno
le si potevano attribuire particolari qualità che la potessero rendere interessante
a primo acchito. Lei lo sapeva ed era forse per questo che non protestava
più di tanto se capitava qualche volta di dover rinunciare a uscire per
badare ai suoi fratelli, magari quando uno di loro era a letto ammalato con la
febbre. Era una ragazza di media statura, i capelli lunghi, castani, leggermente
mossi, fisicamente piuttosto “scarsa” in quelle cose che facevano
girare la testa ai maschietti e in più non metteva molto impegno per provare
almeno a valorizzare il poco in dotazione. Non era grassa ma nemmeno si
poteva definire magra, solo che quel poco di ciccia in più, madre natura
gliel’aveva messa addosso nei punti più sbagliati. Una cosa aveva particolarmente
bella, lo sguardo.
Incorniciati dentro a ciglia lunghissime, c’erano bellissimi occhi chiari, tra
l’azzurro e il verde acqua, trasparenti, limpidi, capaci di ipnotizzare anche da
dietro a quegli occhiali da “secchiona”, se solo lei lo avesse voluto. Peccato
però che lei non lo avesse mai voluto, mai, infatti, era riuscita a guardare
negli occhi un ragazzo più di due secondi.
L’unico modo in cui riusciva a essere un po’ più spavalda e sicura di sé,
era dietro ad un computer o al suo telefonino: dopo alcune esperienze poco
elettrizzanti su Facebook, aveva scoperto un canale televisivo dove passavano
in sovrimpressione messaggi con numeri di telefono di ragazzi e di
ragazze in cerca di nuovi amici e lei, qualche volta all’insaputa di suo padre,
aveva segretamente abdicato alla tentazione. Ogni volta però l’avventura si
rivelava più una delusione che un appagamento ma, se non altro, la cosa
faceva da carburante alle sue notturne fantasie.
Massimo era il fratello mezzano, aveva dodici anni e viveva anche lui in
un mondo tutto suo fatto però di pane e di pallone. Giocava, infatti, a calcio
ed era piuttosto bravino, anche se, opinione di tutti, sicuramente era molto
più abile con la forchetta che col pallone. A proposito Laura sosteneva che,
se si fosse trovata senza cibo da sola con lui in un’isola deserta, mai certamente
si sarebbe addormentata senza averlo prima saldamente legato.
Infine c’era Chiara, la sorellina più piccola, aveva quattro anni ed era la
coccolina di tutta la famiglia, per lei non esistevano gelosie e tutti facevano
a gara a chi la viziava di più.
Laura con la scuola aveva un buon rapporto, non aveva mai dato delusioni,
tranne un anno scolastico perso per motivi di salute. Frequentava brillantemente
l’ultimo anno del liceo classico, dopo di che si sarebbe voluta iscrivere
alla Facoltà di Legge all’Università di Pisa, il suo sogno era diventare
un Giudice.
Non altrettanto buono era il rapporto con i compagni di scuola, forse
perché, essendo di un anno più piccoli, Laura li trovava così superficiali e
loro, di rimessa, pensavano che lei fosse una di quelle che se “la tirava”, di
quelle che, insomma, amavano fare razza a parte. Nessuno quindi si preoccupava
di coinvolgerla in iniziative extra scolastiche e lei non ne faceva poi
un dramma.
Aveva solo due amiche, Stefania e Federica, ex compagne di scuola
lasciate assieme all’anno perso, con le quali trascorreva ogni attimo di libertà,
anche soltanto per telefono. Peccato che Stefania fosse fidanzata, con
lei sicuramente ci sarebbero state più cose interessanti da raccontare, ma
c’era purtroppo meno tempo per farlo ed è così che Laura finiva per passare
quasi tutto il tempo con Federica, anche lei come Laura sempre in attesa
di qualcosa.





Capitolo 3


Quella domenica a Viareggio era previsto l’ultimo corso di Carnevale e
questo rendeva Laura più acida del solito, lei non amava la confusione e
tantomeno il Carnevale.
Al contrario di tutti i viareggini per Laura quella festa non era un particolare
e sentito avvenimento ma soltanto una vera e propria scocciatura, che
le faceva venire ancora meno voglia di uscire, di quanta normalmente già ne
possedesse.
Per il resto della popolazione, invece, il Carnevale era una cosa seria:
c’erano addirittura famiglie che cucivano artigianalmente i propri costumi,
mantenendo la segretezza della cosa come fosse un Affare di Stato, per poi
con orgoglio sfoggiarli ai corsi domenicali o meglio ancora ai rioni, considerati
da tutti i viareggini come il vero e proprio Carnevale.
Nei corsi rionali non sfilavano i grandi carri allegorici della domenica in
passeggiata ma solo bande, cortei di mascherate e piccoli carri che ciascun
rione presentava in una sorta di corso parallelo notturno. Una festa meno
spettacolare ma sicuramente di non minore importanza, dove si mangiava e
si ballava al suono di piccoli complessini musicali e dove si avvertiva sicuramente
maggiore il sapore del Carnevale di una volta.
Il corso della domenica, invece, era quello conosciuto in tutto il mondo:
grandi carri allegorici di carta pesta colorata che sfilavano in un circuito che
comprendeva la passeggiata e il viale a mare, in mezzo a una folla incredibile
di persone e tanti, tanti coriandoli. Era dunque un avvenimento molto
importante per Viareggio, una secolare tradizione che si tramandava di generazione
in generazione.
Il Carnevale però non finiva certo lì: c’erano i veglioni, feste organizzate
nei locali tipici della zona, c’era la “canzonetta”, una tipica rappresentazione
teatrale a carattere umoristico e in vernacolo viareggino, insomma, tutto un
mese dove il viareggino vero e proprio, pensava solo “a ffa’ bbaldòria”,
rimandando così i suoi problemi quotidiani a dopo il Carnevale. Questa era in
sostanza la filosofia del Carnevale a Viareggio.
Comunque questa volta, con l’esca del pettegolezzo, Federica era riuscita
a convincere Laura a partecipare al corso. Federica l’aveva così costretta
a chiamare la zia e a modificare, quindi, tutti i suoi programmi per la giornata,
che prevedevano come occupazione principale la meditazione e il sogno. La
zia sarebbe passata a prendere Laura e i suoi fratelli verso le quattro e assieme
si sarebbero recati a Viareggio, dove poi Laura avrebbe raggiunto Federica
mentre la zia avrebbe portato i bimbi a fare un giro, naturalmente fuori dal
corso, perché lei proprio non se la sentiva di portare Chiara in quella bolgia.
L’unico a non trovarsi molto d’accordo sul programma fu Massimo, che avrebbe
preferito raggiungere gli amici ma, a dodici anni, suo padre non riteneva fosse
ancora il caso di mandarlo al Carnevale da solo, figurarsi poi all'ultimo corso
serale. Il ritrovo per il ritorno fu stabilito per tutti alla fine della manifestazione
presso la trattoria dei genitori, che in quel particolare giorno avrebbero fatto
una sorta di unico servizio no-stop, da mattino fino a sera.

Il corso cominciò alle 17:00.
Laura odiava i coriandoli e chi per forza voleva divertirsi, mentre Federica
almeno provava a far credere che si divertiva. Il motivo per cui Laura, se
usciva, lo faceva con Federica, non era solo per il fatto che con lei se la
intendesse in particolar modo, ma soprattutto, perché con lei accanto, si sentiva
meno brutta e quindi, un pochino più sicura. Difatti, se con Laura, Madre
Natura era stata un po’ avara, con Federica era stata proprio stronza. Come
del resto altrettanto stronza, secondo Laura, era stata la stessa Federica per
averla convinta a partecipare a quell’ultimo corso di Carnevale, che lei per un
pelo era quasi riuscita anche quest’anno ad evitare. Contenta o no, ormai era
troppo tardi e purtroppo tutto sembrava presagire, esattamente, quello Laura
s’aspettava: un gran fracasso, una bolgia di persone che spingevano o arretravano
al passaggio di ogni carro allegorico, tanti coriandoli, tanto casino, troppo,
veramente troppo per Laura che oramai era quasi allo stremo. A salvarla fu
quel violento acquazzone che per tutta la giornata aveva minacciato Viareggio,
un vero e proprio diluvio universale, mandato giù a secchiate, a freddare gli
spiriti e la voglia di baldoria carnevalesca di tutti i presenti.
A trovare rifugio sotto la tenda della gelateria Pardini in passeggiata saranno
state una cinquantina di persone, tutte accalcate in cerca di riparo.
Laura non riusciva nemmeno a respirare, i coriandoli che aveva addosso si
erano tutti impastati con l’acqua, era isterica per lo stato in cui si trovava ma
nel contempo contenta, finalmente l’incubo stava per finire. Il Carnevale
volgeva al termine, la gente cominciava a defluire rapidamente dalla passeggiata
e anche Laura e Federica s’incamminarono così verso la Darsena,
in direzione della trattoria dei Maffei.

– Mamma mia ’ome siete cònce! – Disse Rosa vedendo arrivare Laura
e Federica, zuppe di un intruglio d’acqua, coriandoli e schiuma spray. – Se tu
c’avessi un cambio dietro, ti potresti fa’ ’na doccia, prendi un asciugamano,
asciughiti almeno la testa. – Continuò Rosa preoccupata.
A Laura bastava niente per ammalarsi, la sua salute piuttosto cagionevole
era stata da sempre un grosso problema per lei.
– Così bagnata sta’ ssiùra che domani ti vién la febbre. – Disse Mario da
dietro il bancone del bar.
“Già la febbre, magari mi venisse, perlomeno me ne potrei sta’ un po’a
casa da sola, per ì ccazzi mìi”, pensò fra sé Laura, immaginando quanto
avrebbe goduto se ci fosse rimasta anche quel pomeriggio.

– Anvédi quella, guardi che coscìne Ispettò! – Esclamò con quella sua
tipica calata romanesca il Sovrintendente Rizzo.
– Io son qui tutto da strizzà e te pensi alla topa, oh Rizzo delafia, sii serio,
siamo in servizio e sei anco ’n divisa, dai. Piuttosto Rizzo... lo sai che sei
bellino in divisa, sembri un “Pokemon”. – Commentò in modo più nostrano
l’Ispettore Vannucci.
– Che fa Ispettò? Sta a prénne pe’er culo?
– Ci mancherebbe altro, Sovrintendente Rizzo, constato, constato soltanto…
– Ironizzò l’Ispettore.
– Ispettò?
– Oh, che c’è?
– Ce ’a famo ‘na pizza quannò se smonta?
– Rizzo, ma te nella testa c’hai solo topa e pastasciutta?
– Veramente mò parlavo de pizza, Ispettò.
– Mah… ammettiamo che sei di servizio in Afganistan e ti chiàppino
prigioniero ì ’ttalebani, a te, pe’ fàtti parlà, cos’è? Basta ’e ti fàccino saltà ’n
pasto?
– Mò adesso nùn esageràmo.
– E po’, già ti sopporto tutto il giorno, ti devo sopportà ancò a cena?...
Neanche tu fossi una bella fia dai… comunque, vada per la pizza. – Concluse
l’Ispettore.
L’ispettore Luca Vannucci e il Sovrintendente Michele Rizzo erano in
forza al Commissariato di Viareggio. Normalmente facevano parte del reparto
investigativo ma il Carnevale e la necessità di maggiori risorse sul
territorio, li aveva portati di servizio alla porta d’accesso del corso mascherato
in piazza Mazzini. Pioveva come Dio la mandava e il turno per fortuna
stava per finire.
– Ispettò?
– Ariòh! Che c’è Rizzo?
– Che ore se so’ fatte?
– Maa… compràtti un orologino? No eh… Comunque sta bbòno, ’un mi
logorà, tra ’un po’ si smonta. – Rispose l’Ispettore.
Erano le otto e venti e il Carnevale stava ormai finendo, purtroppo prima
del previsto e senza il consueto gran finale con i fuochi d’artificio. La pioggia
non cessava di tamburellare sopra i tettucci delle auto incolonnate in
lunghe file, tutte alla ricerca di una via d’uscita da Viareggio. Le strade
erano un pantano di coriandoli, stelle filanti e acqua. Sul volto delle persone,
che a piedi cercavano disperatamente di raggiungere la propria auto parcheggiata,
la stanchezza aveva preso il posto della mascherata che, oramai
inutile, colava via, scivolando giù dai visi.
La zia Marzia aveva riportato tutti a casa, una doccia e poi tutti a letto. I
genitori di Laura erano ancora al lavoro, Chiara si era già addormentata,
mentre Massimo lo fece poco dopo e, come al solito, davanti alla televisione.
“Finalmente”, pensò Laura salendo stancamente le scale per raggiungere
camera sua, “finalmente un po’di silenzio”. Era bastata una doccia calda
per togliere di dosso pioggia e coriandoli, ma il vociare e il baccano, che per
tutto il pomeriggio le sue orecchie avevano dovuto subire, quello restava
ancora vivo nella testa e ci sarebbe voluto una buona dose di silenzio attorno,
prima che potesse, lentamente, svanire.
Tutti dormivano, Laura non accese nemmeno la televisione come normalmente
avrebbe fatto, raccolse gli appunti e il libro di greco, non ne aveva
voglia ma doveva ripassare, martedì avrebbe avuto un compito di greco. Né
il latino né il greco erano il suo punto di forza e per questo era necessario
quindi portarsi un po’avanti. Si sdraiò sul letto, rassegnata a passare sui libri
almeno un’ora prima di potersi finalmente lasciare andare tra le braccia di
Morfeo. Non erano passati più di dieci minuti che le palpebre di Laura si
fecero pesanti, la stanchezza stava per sopraffarla, quando la musichetta
del telefonino la riportò di colpo in sé:
– Pronto! – Rispose Laura, assonnata.
– Laura?
– …Ssi, chi parla?
– Ciao! Mi chiamo Andrea, mi ha dato il tuo numero un amico che ha
detto di averti conosciuto su “Messagges Box”, spero di non disturbarti.
– E... chi sarebbe questo tuo amico, scusa? – Domandò Laura col cuore
in gola, cercando velocemente di riprendersi e di ricordare ogni nome e ogni
conversazione fatta in chat.
– Stefano, te lo ricordi? Mi ha parlato molto di te e così… volevo conoscerti.
Laura non ricordava praticamente niente e nessuno che potesse legare
in qualche modo a questo nome e la cosa la preoccupava e imbarazzava
molto.
– Beh, allora cosa vuoi? – Rispose Laura, cercando in qualche modo di
riprendersi e di darsi un tono.
– Niente te l’ho detto, volevo conoscerti, solo conoscerti. Se ti ho disturbato,
riattacco, se ti ho infastidito, non ti chiamerò più.
– Sì, cioè no... non mi hai disturbato, cioè… adesso stavo studiando,
domani ho un compito importante.
– Ah, capisco. – Disse lo sconosciuto, mostrandosi comprensivo. – D’accordo,
allora non voglio rubarti del tempo prezioso visto che domani avrai un
compito così importante. Posso solo chiederti che compito hai? Di quale
materia?
– Greco, ho una verifica di greco, martedì. – Rispose Laura.
– Ah! Greco... ma non avevi detto domani? Domani è lunedì. – La corresse
lo sconosciuto.
– Sì, no, lunedì, mi sembra… non ricordo. Ok, adesso devo andare, ciao,
scusami ciao.
Aspetta! Aspetta!... Posso richiamarti mercoledì per sapere come è andata?
– Ssì… sì d’accordo, va bene, però a quest’ora, a quest’ora mi raccomando,
non prima. Ora devo andare, ciao. – Concluse, chiudendo frettolosamente
la conversazione Laura.
Il sonno e la stanchezza sparirono di colpo, Laura passò il resto della
serata a studiare, ma soltanto un’unica pagina e un’unica riga, nella testa
c’era solo quella voce: non aveva età, non aveva sesso, come quella di un
angelo. Era calda, profonda, dolce, trasmetteva una quiete nell’anima che
lei non aveva mai provato prima. “Andrea, chissà che tipo è? Forse ho fatto
male a chiudere il telefono e se non mi chiama più?” Si era fatta quasi
mezzanotte e con queste domande in testa finalmente Laura si addormentò
e sognò, sognò lui.

Continua...


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