Acquistabile nelle migliori librerie oppure on line, direttamente dal sito dell'Autore, al prezzo di copertina di €.13, senza costi aggiuntivi di spedizione.

CLICCA QUI PER ACQUISTARE ON LINE

lunedì 14 maggio 2012

Capitoli 13,14,15

Capitolo 13
 



– Buongiorno signor Mario! – Esordì Fiore. – Come va la vita?
– Buon giorno Fiore. – Rispose Mario con un sorriso di plastica, quelli di
pura cortesia.
– Passavo di qua e mi sono detto: quasi quasi vado a fare visita al signor
Mario, è un po’ che non ci vediamo, vero signor Mario?
– Già è un bel po’. – Rispose Mario, per niente contento della visita.
Mario non solo non aveva mai digerito Vincenzo Fiore ma, visto le sue
frequentazioni, ci teneva in particolar modo a che restasse il più lontano
possibile da lui e dalla sua attività.
Fiore era un ragazzotto di origine napoletana di circa venticinque anni,
con i modi di fare tipici del “guappino”. Aveva in passato lavorato come
cameriere anche per Mario, per fortuna solo tre mesi, giusto il tempo di una
stagione. Era il classico “sapientone” che sapeva di tutto e di tutti, sempre
pronto a dispensare consigli.
– La famiglia signor Mario?
– Bene, tutti bene, grazie. – Rispose asciutto Mario.
– E i bambini come stanno? Saranno cresciuti adesso…
– Eh, appunto, loro crescono e noi s’invecchia.
– Già, ma li lascia sempre da soli a casa la sera? – Chiese in maniera un
po’ troppo inopportuna Fiore.
La domanda gelò Mario, non gli aveva mai dato abbastanza confidenza
perché lui potesse essere a conoscenza di certi dettagli della sua vita privata
e in più, quella frase, buttata lì senza troppi preamboli, aveva un suono parecchio
sinistro. Gli venne in mente il casuale incontro con l’Avvocato De
Santis al Pronto Soccorso, il ragazzo che parlava con lui, il racconto di Laura
e Fiore era amico stretto dell’Avvocato. Mario lo congedò in maniera sbrigativa
con la scusa che aveva da fare e telefonò subito al suo amico Luca.
– Quindi voi dì che potrebbe esse’ tutto a scopo di estorsione? Il bersaglio
non sarebbe Laura, ma te? – Domandò Luca dopo avere ascoltato
attentamente il racconto di Mario. Non polemizzò sul fatto che gliene avesse
parlato solo adesso, non ne aveva voglia, aveva già discusso abbastanza
con il suo amico e non gli pareva il caso.

– Non lo so. – Rispose Mario, dal canto suo, sorpreso e incoraggiato che
Luca non lo avesse rimproverato. – Ma te immagina di portà un padre al
punto di di’: quanto volete per lascià ’n pace la mi’ figliola? Una sorta di
estorsione volontaria. Ma allo stesso tempo, tutto vesto tràffio per cosa?
Per chiéde de’ssoldi a un commerciante che riesce a malapena ’arrivà a
fine mese? Te lo sai Luca sei di ’asa, e di vesti tempi… è maiala!
– Ma il tu’ locale quanto potrebbe valé? – Lo interruppe Luca, mostrandosi
per la prima volta sulla stessa lunghezza d’onda di Mario.
– Boh!... Almeno trecentomila.
– Avrebbero cercato di plagià Laura, non riuscendoci sarebbero passati
alle maniere forti, all’omicidio? – Pose la questione Luca. – La ’osa sta in
piedi ma mi ’onvince meno il fatto che possano esse’ arrivati a usà il mezzo
dell’omicidio intimidatorio. Questa malavita di provincia non è capace e pò
non ha interesse a utilizzà certi sistemi, in una piccola città come Viareggio
farebbero troppo rumore e ’un gli ’onverebbe. Comunque non è una ’osa da
sottovalutà, farò de’ ccontrolli e te Mario tienimi al corénte, qualsiasi altra
cosa succeda o ti venga in mente, magari questa volta un po’ prima, eh!
Concluse Luca, con un leggero ed affettuoso tono polemico.
– Aspetta! – Lo fermò Mario. – Che sta succedendo Luca?
– Te stai tranquillo, magari ’un lascià più ’ bbimbi a casa da soli, portali
piuttosto alla trattoria, lo so è un sacrificio per tutti ma forse è meglio. Cerca
però d’un allarmàlli, io intanto ti metto qualcuno dietro, ok? – Concluse Luca
abbracciando Mario e sentendo quell’orso per la prima volta tremare.
– Grazie Luca.
– E di che? – Rispose Luca. – A che servino sennò gli amici.
 




 Capitolo 14



La tranquillità ostentata davanti a Mario, non corrispondeva per niente al
suo reale stato d’animo. Luca era preoccupato, non riusciva a trattare questo
caso con la necessaria freddezza. L’incapacità di riuscire a darsi delle
risposte lo rendeva tremendamente nervoso e quando lui era nervoso,
s’incazzava. Fra l’altro, grazie alla collaborazione dell’Interpol, era stato
possibile effettuare anche il confronto vocale, sempre col mezzo telefonico,
fra Antonio De Felice e Laura, ma il risultato aveva dato esito negativo e,
non solo la voce di Antonio risultava a Laura completamente sconosciuta e
diversa da quella del misterioso telefonista ma, in più, il Dottor Antonio De
Felice, risultò pure essere afflitto da una forma piuttosto grave di balbuzie,
patologia che l’aveva costretto addirittura a rinunciare all’insegnamento per
dedicarsi esclusivamente alla ricerca. Nell’occasione venne anche confermato,
dall’Istituto Oceanografico di Trieste, l’alibi del Dottor De Felice, che
risultò per tutto il tempo indicato, imbarcato a bordo della nave “Neptunus”.
– Andiamo Rizzo! – Disse il Vannucci, evidentemente un po’alterato.
Salirono in macchina, Rizzo conosceva bene il collega, quando era così
incazzato la cosa migliore era stare zitto e lasciarlo sbollentare. Il Vannucci
come al solito montava in macchina dalla parte del guidatore senza curarsi
minimamente se poteva esserci qualcun altro e, soprattutto, se l’auto stessa
potesse essere di qualcun altro. Rizzo lo assecondava e si lasciava scarrozzare
in giro, guardandosi bene dal non commentare, fino a che non fosse l’Ispettore
stesso a rivolgergli la parola.
Stavano percorrendo via IV novembre quando, non curante di uno dei
tanti stop, evidentemente preso da altri pensieri, Luca si trovò all’improvviso
davanti un motorino.
– Attento Ispettò! – Urlò Rizzo, interrompendo istintivamente il suo voto
al silenzio.
Il colpo non fu eccessivamente violento ma abbastanza duro da far volar
per terra motorino e conducente.
– ‘Mmazza ‘e botta! – Disse Rizzo con le mani ancora aggrappate al
cruscotto.
– Madonna Santa! – Esclamò il Vannucci.
Uscirono entrambi dall’auto correndo verso la persona per terra.
– Tutto bene? – Chiese preoccupato il Vannucci.
Il conducente del motorino si sfilò il casco.
– No! Nu’ se lo tolga! – Esclamò Rizzo invano, quando ormai il casco
era tolto.
Era una ragazza mora, dai capelli lisci e molto lunghi, bella, molto bella,
avrà avuto sì e no trenta o al massimo trentacinque anni. Indossava un paio
di jeans piuttosto attillati e un giubbottino di raso lucido, rosso, con delle
scritte tipiche dei college americani. Stava seduta per terra e con il casco in
mano e se la rideva talmente di gusto che presto finì col contagiare anche i
due poliziotti.
– Vuole ’e chiami un’ambulanza? – Domandò il Vannucci cercando di
ricomporsi. – Sono un funzionario di Polizia, stia tranquilla, è colpa mia me
ne assumo tutte le responsabilità.
– No, non si preoccupi. – Rispose la ragazza, cercando nel frattempo di
rialzarsi, mentre Rizzo, invece, la esortava a non muoversi.
– Siete molto gentili ma ve l’ho detto, non è niente, piuttosto… il motorino…
– Disse preoccupata la ragazza, guardando il motorino a terra adagiato
su di un fianco con sotto la pozza di un liquido che, dall’odore che emanava,
sembrava carburante.
– Rizzo! Chiama il carro attrezzi! – Disse il Vannucci a Rizzo che nel
frattempo era rimasto incantato dalle forme dei jeans della ragazza.
– Che ore sono? – Chiese la ragazza.
– Le undici. – Rispose Luca.
– Dio mio! Arriverò in ritardo... oggi è il primo giorno. – Disse preoccupata
la ragazza.
– Il primo giorno di cosa? – Chiese Luca.
– Il primo giorno di lavoro, finalmente ero riuscita a trovarne uno e adesso…
accidenti!
– Mi dica dove deve andare che la accompagno io. – Si offrì con entusiasmo
Luca.
– In darsena, in un ristorante.
Salirono in macchina mentre Rizzo cercava di spostare il motorino sopra
al marciapiede.
– E mò che sta’ ffa’? Noo! ...Anvedi! Pure a piedi adesso! – Esclamò
Rizzo guardando Luca e la ragazza allontanarsi in auto. – ’N sé preoccupi
Ispettò! Tanto avo voglia dé fa’ du’ passi! – Gli gridò dietro il sovrintendente.
Passato il ponte di ferro, al semaforo, Luca girò a destra imboccando via
Coppino.
– Dov’è che devo lasciarla? – Chiese Luca.
– Ecco qui!
– Qui? Alla Trattoria sul Porto? – Domandò Luca sorridendo. – Ma
guarda un po’ le l’oincidenze avvolte…
– Perché lo conosce questo ristorante? – Domandò la ragazza.
– Se lo ’onosco? Questo è il ristorante di Mario, il mio migliore amico.
La ragazza scese, ringraziando Luca per la sua gentilezza.
– Aspetta! – Disse Luca.
– Io mi chiamo Luca e tu?
– Silvia. – Rispose la ragazza, evidentemente soddisfatta che lui glielo
avesse chiesto.
– Beh... ciao! Salutami Mario il proprietario e ’un ti preoccupà, al motorino
ci penso io. – Disse Luca. – Piuttosto, tu dovessi avé de’ problemi
fammi sapere, d’accordo? Ispettore Luca Vannucci, Commissariato di
Viareggio, ricordatelo.
– Sì, va bene. Ciao e grazie del passaggio! – Rispose la ragazza chiudendo
la portiera.





Capitolo 15


 
10 maggio 2007:

Il quartiere Varignano era la zona popolare di Viareggio, aveva guadagnato
una certa e ingiusta fama grazie a qualche personaggio che, in passato,
si era particolarmente distinto nell’arte di arrangiarsi, ma a parte questo
non lo si poteva definire propriamente un quartiere malfamato. Era comunque
il quartiere dove aveva sede l’impresa di costruzioni del De Santis e
dove vivevano alcuni personaggi che orbitavano intorno ai suoi affari. Il bar
Moretti era il punto principale di ritrovo.
Il sovrintendente Michele Rizzo abitava anche lui al Varignano, era originario
di Roma, aveva trentadue anni, un tipo basso, tarchiato, andava fiero
del fatto che qualcuno diceva somigliasse all’attore Ricky Memphis. Effettivamente
già per il suo accento capitolino, poi per lo stesso modo di vestire,
Rizzo ricordava in un certo modo l’Ispettore Belli del serial TV: “Distretto di
Polizia” e a lui stesso, in fondo, la cosa non dispiaceva, anzi, all’occasione
non disdegnava per niente marciarci sopra sebbene, questi suoi atteggiamenti,
facessero parecchio incazzare il Vannucci che, piuttosto, era l’esatto
contrario del classico “sbirro” televisivo.
– Che bevi Ciro? – Domandò Rizzo rivolto a un tipetto sulla quarantina,
senza capelli, magro come un chiodo e alto non più di un metro e cinquanta.
– Ueeh! Commissà! Che piacere! Lasciatelo a me l’onore di offrirvi da
bere.
– Quando sarò Commissario me pagherai da bere. – Rispose Rizzo.
Al Varignano c’era una alta percentuale di originari campani, la maggior
parte di loro lavoravano nell’edilizia. Il bar Moretti era il punto di ritrovo di
questa piccola comunità e, nel contempo, il centro di reclutamento della
manodopera a “giornata”, molto utilizzata dalle Imprese dell’Avvocato De
Santis. Rizzo, da buon poliziotto, aveva fin da subito individuato i luoghi e i
contatti giusti per sapere, quando ce ne fosse stato bisogno, quello che c’era
da sapere e, al bar Moretti, bastava solo aver pazienza e capire al volo poi,
se c’era qualcuno che aveva qualcosa da raccontare, sarebbe venuto alla
fine a raccontarlo lì.
– Se té faccio un paio de domande mò che fai? Mé risponni oppure té
devo portà in Commissariato?
– Al bar Moretti fanno nù caffè che è quasi cumme chillo e Napule, –
rispose Ciro, – ma nu’ n’è cumme chello e Napule. Pe’ bere il vero caffè
napoletano bisogna pigliàllo a Napoli, mi capiscìste Commissà! – E avvicinandosi
a Rizzo a bassa voce disse: – Stasera sul mare a Torre del Lago,
davanti alla rotonda a mezzanotte. Forse c’ho qualcosa di interessante pe’
voi. Buona journata, Commissà!
Quando Rizzo arrivò erano le undici e mezzo. Accostò sul bordo della
strada, un centinaio di metri prima della rotonda. Sapeva perché Ciro gli
aveva dato appuntamento lì, essendo il suo informatore, non era la prima
volta che si incontravano in posti strani o perlomeno ambigui. La Marina di
Torre del Lago, come scendeva il sole, era frequentata da personaggi equivoci,
in genere coppie o gay in cerca di forti emozioni e pure Ciro Vitiello
non disdegnava certi incontri “emozionanti”.
Praticamente tutti lo sapevano e quindi nessuno ci avrebbe fatto caso più
di tanto se avessero visto Ciro lì, parlottare con qualcuno. Rizzo invece ci
faceva caso e la cosa gli scocciava e non poco.
Arrivò mezzanotte, Rizzo scese di macchina e s’incamminò a piedi alzandosi
il bavero della giacca per non essere riconosciuto. Oltrepassò il
muretto che separava la strada dalla spiaggia e s’incamminò verso il mare.
C’erano altre persone che “girottolavano” sulla spiaggia, così, per evitare di
essere visto, Rizzo passò sui lati della spiaggia meno illuminata, costeggiando
il bagno Stella del Mare fino ad arrivare quasi sul bagnasciuga. Si guardò
intorno ma non riconobbe Ciro in nessuno di quei frequentatori notturni della
spiaggia.
“E sì, vista ’a altezza da corazziere, nu’ dovrebbe esse’ difficile isolàllo”,
pensò Rizzo.
C’era sulla sua sinistra, verso Vecchiano, una sdraio aperta rivolta verso
il mare con qualcuno seduto sopra. “Ecco’ llà”, pensò Rizzo, “mò sta a
prènne ’a tintarella de luna”. Si avvicinò velocemente sempre più convinto
che fosse lui. Gli arrivò da dietro e quando fu alla distanza utile per poggiare
la mano sulla sdraio, ancor prima di poter dire la battuta che intanto si era
preparato, si bloccò di colpo ed estrasse la pistola. Si girò intorno a 360
gradi, non vide nessun’altro. Tornò a guardare verso la sdraio, Ciro Vitiello
era disteso sulla sdraio con le braccia aperte quasi a toccare la sabbia, i
pantaloni e le mutande abbassati fino alle caviglie. Giaceva con gli occhi
sbarrati, sotto il mento un foro, punto di origine di una quantità notevole di
sangue che aveva oramai colorato tutto il collo, il petto e la sdraio di un unico
colore, rosso.
– Il referto della scientifica dice che è stata usata la stessa arma, una
calibro 9x21, sempre col silenziatore e sempre a bruciapelo, un colpo unico
e mortale, sparato proprio mentre… diciamo “veniva”. ’Nsomma, pensava
de venì e ’nvece partiva! ’N sò se me spiego Ispettò. – Concluse Rizzo.
– Sempre spiritoso eh Ispettore Culligan? – Disse il Vannucci a presa
per il culo – Ammettilo che invece ti sei càato ’n mano.
– Ma che sta ’ddi’ Ispettò, mò adesso nun esageramo… diciamo che nu’
m’ aaspettavo. Comunque, tornando al matto, adesso sappiamo che è pure
frocio. – Disse Rizzo.
– Chi? Ciro? – Domandò il Vannucci.
– No, l’assassino, che Ciro era frocio ’o sapevamo già, il killer invece è
un frocio furbo che gli ha fatto ’r serviziétto col palloncino, che poi ha fatto
sparì pe’ nu’ lascià tracce de saliva, capito er frocio! Cè stanno, infatti,
tracce de lubrificante da profilattico.
– Già! – Disse il Vannucci. – Sembra una cazzata, ma se non altro restringe
il cerchio: un metro e ottanta e nel giro de’ ggay, o meglio, non credo
che qualcuno gli avrebbe fatto mai il “servizietto”, come lo chiami te, prima
d’ammazzàllo, se non era anco lu’ finocchio. Anche perché sembra chiaro
che chi l’ha ammazzato si trovava proprio li, diciamo… in “quella zona”.
Dice così il referto della balistica riguardo a traiettorie e cazzi vari no? E poi
fa sparì le tracce, dunque vol di’ che ha paura d’esse’ identifiàto, cioè che
probabilmente è nella lista de’ ssospettati.
– Vole di’: traiettorie e cazzo de Ciro caso mai. – Fece la battuta Rizzo.
– Sì serio per favore, credo che la cosa si complichi invece: supponiamo
che sia gay, un gay che ha perso la testa per Laura… dai, la ’osa ’un istà ’n
piedi. – Disse scoraggiato il Vannucci.
– Se chiamano bisex! Se deve aggiornà Ispettore.
– Te invece vedo che sei piuttosto aggiornato eh! Sarà meglio che mi
camìni davanti d’ora ’n poi?
– Se preferisce fa’ ’a parte de quello che sta dietro Ispettò, faccia pure!
Mo m’adàtto.
– Ma vaffanculo! – Rispose il Vannucci tirandogli dietro la spillatrice.
– Bono, bono Ispettò, stavo a scherzà, nun se scaldi, piuttosto aspetti, c’è
dell’altro! – Riprese Rizzo. – Hanno trovato un’altra collanina.
– Un’altra collanina di perline? – Chiese il Vannucci.
– Sì Ispettò, come quell’altra.
In effetti il nuovo omicidio creava ancora più confusione di quanta non
ce ne fosse già, l’Ispettore Vannucci doveva per forza di cose cercare di
fare il punto della situazione e “le piste”, pensò, “erano tre. 1) Lo psicopatico
che s’invaghisce di Laura, non si mostra perché magari menomato, complessato
e al momento che si rende ’onto di perderla comincia a uccide,
lasciando delle firme come tutti gli psicopatici. Ma perché usà l’identità del
De Felice e della sua famiglia? Com’è che li ’onosce così bene? E poi Laura
ha parlato con i De Felice. 2) I De Felice stessi, coinvolti in un macabro
gioco con posta evidentemente milionaria. Un complice esterno che telefona
e opera sul posto e che comincia a uccide al momento che si rende ’onto
di perde’ il controllo di Laura. Uccide per spaventarla e portarla di nuovo al
gesto sconsiderato, che poi è l’obbiettivo finale del gioco. L’uso della SIM,
intestata ad Andrea De Felice, semplicemente una regola del giòo, la collanina
una firma segnapunti. 3) La malavita locale, con uno spietato sistema per
estorce’ denaro o addirittura la trattoria a Mario. E i De Felice? Fanno parte
anche loro dell’organizzazione? Ma perché mostràssi e méttisi ’osì allo scoperto?
E la collanina? Mh… tante suggestioni e poi indizi. In tutti e tre i casi,
comunque, Ciro Vitiello è morto perché ha visto, ha visto un assassino alto
un metro e ottanta, bisex, e molto furbo”.
Gli venne in mente, all’improvviso, il racconto di Mario del Pronto soccorso
a proposito di quel ragazzo alto col pizzetto che parlava con De Santis
e che avrebbe poi fatto visita a Laura. Doveva saperne di più, aveva bisogno
di una descrizione dettagliata di quel ragazzo, doveva essere individuato.
– Pronto Mario! Devi venì subito in Commissariato, porta anche Laura.
– Che succede? – Rispose Mario, evidentemente allarmato.
– Niente stai tranquillo, sto solo facendo il Poliziotto, t’aspetto, ciao.
Vennero passati al setaccio tutte le foto segnaletiche di individui con
precedenti penali corrispondenti alle descrizioni fornite dai Maffei, finché
non saltò fuori la sua faccia e il suo nome:
Carmine Iorio, nato a Napoli il 25 Marzo 1978 e residente sempre a
Napoli in via Luca Giordano 190, precedenti penali per truffa.
15 maggio 2007, Napoli, Commissariato Centrale
– Signor Iorio, cosa ci faceva lei la sera dell’8 aprile 2007, per la cronaca
il giorno di Pasqua, al Pronto soccorso Versilia di Lido di Camaiore? – Domandò
l’Ispettore Ingargiulo del Commissariato centrale di Napoli.
– Accompagnavo un amico che si era sentito male. – Rispose Carmine
Iorio.
– E l’amico conferma essere l’Avvocato Guido De Santis?
– Sì.
– Che rapporti ha con l’Avvocato De Santis?
– Niente, è un amico di famiglia, è sempre stato il legale della mia famiglia.
– La notte a cavallo tra l’8 e il 9 aprile, ha fatto visita alla signorina Laura
Maffei, sempre nello stesso ospedale?
– E chi è? Nun l’ha conosco proprio chista… signurina Laura.
– Si reca spesso in Versilia, signor Iorio?
– Qualche volta, pe’ lavoro.
– E che lavoro svolgerebbe in Versilia?
– Quadri, commercio quadri, tutta roba pulita eh!
– Conosce qualcuno della famiglia De Felice?
– De Felice? Nu’ conosco a niscuno con questo cognome, sono di Napoli?
– Dove si trovava la sera del 21 Aprile?
– Posso dirle di sicuro che in quei giorni mi trovavo a Napoli, lo possano
confermare molte persone ma francamente non riesco a ricordare dove
potessi essere o cosa stessi facendo a quell’ora.
– E la sera del 10 Maggio? – Continuò serrando il ritmo l’Ispettore
Ingargiulo.
– Ecco lì posso essere più preciso. Era il compleanno della mia ragazza
e siamo andati a mangiare da “Vincenzino” e poi a ballare allo “Skylab”,
sempre qui a Napoli naturalmente.
Non emerse niente che potesse almeno somigliare a un indizio, tutta la
storia continuava a essere avvolta da una misteriosa e fitta nebbia.

continua...



"Persone che non c'erano"
è edito da ZONA Editrice, per la collana ZONA Contemporanea.
E' acquistabile od ordinabile in tutte le librerie, oppure direttamente dal sito dell'Autore:
www.marcotrogiartestudio.com
 

lunedì 7 maggio 2012

Capitoli 10,11,12

Capitolo 10

Renzo era in ginocchio, piegato sul WC come se stesse vomitando. Dalla
sua nuca colava un rigo di sangue che, scendendo lungo la schiena, colorava
di rosso la camicia bianca fino alla cintura.
Più in alto sulla parete, di fronte, c’era un foro nella mattonella, attorno al
quale colava anche lì del sangue, mischiato ad altra materia organica.
– Il proiettile è un calibro 9 x 21, è stato esploso da distanza ravvicinata,
un colpo singolo, preciso alla nuca, mentre la vittima era intenta a urinare. Il
proiettile ha trapassato il cranio conficcandosi nella parete. Considerando la
traiettoria leggermente in discesa, deve essere stato esploso da una persona
probabilmente più alta della vittima. Al momento non posso essere più preciso.
Concluse il funzionario della Scientifica.
Furono interrogati tutti i presenti, a cominciare da Laura, che riferì di
avere sentito distintamente, all’interno del locale, la voce di Andrea De Felice.
Adesso le cose avevano preso una piega diversa; anche se non si poteva
ancora collegare l’omicidio allo sconosciuto telefonista, ora c’era il morto e
tutto quanto doveva per forza di cose essere visto sotto un’altra luce, senza
tralasciare niente, nemmeno quello che prima poteva sembrare insignificante.
– Ti rendi ’onto di che rischi hai corso? – Disse l’Ispettore Vannucci
rivolto a Mario.
– Che rischi avrei corso? Era meglio se la lasciavo da ssola? O forse è
successo tutto per colpa di que’ ddue che n’ho messo dietro? – Rispose a
tono Mario.
– Non lo so, so solo che ti sei messo a ffa’ ’l poliziotto, senza ’ontà che
hai cominciato anco a girà armato… Rosa m’ha detto tutto. – Aggiunse il
Vannucci pensando di spiazzarlo.
– Ti da noia che io abbia fatto il poliziotto al tu’ posto? Almeno io c’ho
provato, se invece lo avessi fatto te il poliziotto un po’ prima, forse quel
ragazzòtto ora sarebbe ancora vivo.
Luca incassò il colpo. C’era sempre stata una sorta di dominanza psichica
e fisica in Mario che Luca aveva sempre silenziosamente accusato.
Luca Vannucci era più alto di almeno dieci centimetri di Mario e aveva
un fisico più longilineo. A pallone, Luca, si “beveva” Mario fischiettando, ma
le volte che avevano litigato, e da buoni amici era successo sia a parole che
con le mani, Mario aveva sempre avuto la meglio, anche se, e questo Luca
lo sapeva, Mario non gli avrebbe mai fatto veramente male, Mario gli voleva
troppo bene, anzi, con Luca poteva litigarci solo lui, guai agli altri.
Nessun movente, nessuna pista da seguire se non quella di Andrea. Dalla
questura di Napoli, dopo i controlli fatti con la compagnia telefonica, che
confermò l’intestazione di una scheda SIM acquistata un anno prima ad
Andrea De Felice, arrivò anche la conferma che il raffronto con le foto sul
telefonino di Laura era risultato positivo: Andrea e la sua famiglia esistevano
per davvero.
– L’Ispettore Vannucci per favore, sono la moglie.
– Un attimo, signora, vedo se è in ufficio. – Rispose il centralinista.
– Vannucci c’è la tu’ moglie, te la passo?
– La vòi te la regalo? – Domandò il Vannucci al centralinista.
– Tienitela pure. N’ho abbàsta della mia. – Replicò prontamente il centralinista.
– Pàssimela giù! – Disse il Vannucci, alzando gli occhi al cielo.
– Luca?
– Sì ciao Luisa, che c’è?
– T’ho chiamato perché Sara ha la febbre e… e non credo che questo
fine settimana, potrà venire da te. – Disse Luisa.
Dopo un attimo di silenzio, Luca replicò:
– Ma si pò sapé perché, quando tocca a me, c’è sempre qualche problema?
– Cosa stai dicendo? Che te lo faccio apposta? – Rispose inviperita
Luisa.
– Noo! Ci mancherebbe altro. Te sei una santa! Sono io che so’ sfigato. –
Rispose Luca con una buona dose di velenoso sarcasmo.
– Sì! Sei sfigato e pure stronzo!... Ah, se solo avessi dato retta a mia
madre. – Replicò Luisa.
– Già era meglio, perlomeno ora saresti a rompì ’ccoglioni a qualcun
altro! – Rispose a tono Luca. – Senti madama Butterfly, ora c’ho da fa’ e
po’ t’ho detto d’un chiamàmmi in ufficio, hanno ’nventato ’ttelefonini, lo sai?
Salutami Sara, ciao! – Concluse Luca sbattendo la cornetta sul telefono.
Luca era nero come la pece e Rizzo pensò bene che era venuto il momento
di fare qualche fotocopia. Fece per svignarsela quando il Vannucci lo fermò:
– Notizie dalla Procura?
– Il Sostituto Procuratore ha già inviato àa richiesta alla Procura de Napoli,
penso che nùn cé vorrà molto pe’ sapé qualcosa. – Rispose Rizzo.
– Piuttosto Ispettò, c’è quéla storia dée banconote farse al supermercato.
Bisognerebbe annà a controllà.
– Sì, hai ragione andiamo, così passo ancò in farmacia, m’ha fatto venì ’l
mal di testa vel tegame.
Luisa e Luca erano sposati da dieci anni, un periodo caratterizzato fin
dall’inizio da una così profonda ed incolmabile incomprensione che, dopo
solo cinque anni di matrimonio, portò alla separazione, sostituendo all’amore,
lotte e diatribe varie con la figlia Sara al centro di un’eterna contesa.
Nonostante il Tribunale avesse ufficialmente riconosciuto alla madre l’affidamento
della bambina e al padre l’obbligo degli alimenti, Luca e Luisa si
erano accordati per una sorta di affidamento congiunto, dove Luca avrebbe
potuto tenere con sé sua figlia per un determinato numero di giorni stabilito.
Regolarmente però, vuoi per un motivo o per l’altro, saltava fuori sempre
qualche “grave” problema che impediva a Luca di beneficiare di quanto
concordato e in fondo a lui spettante. Effettivamente sembrava che Luisa
glielo facesse apposta, tanto che questa era ormai per Luca una sorta di
regola annunciata.
C’erano così determinati giorni, che il collega Rizzo poteva benissimo
prevedere con largo anticipo, nei quali il buon senso consigliava di girare al
largo dall’Ispettore, bastava solo conoscere il calendario degli affidamenti,
per scamparla o perlomeno, provarci.
Quel giorno, però, Rizzo se la cavò con un’aspirina, il Vannucci era talmente
preso dal caso che smaltì rapidamente il giramento di scatole assieme
al mal di testa.
Dall’interrogatorio svolto a Napoli, Andrea De Felice e i genitori, negarono
di aver mai conosciuto Laura Maffei. Andrea dichiarò, inoltre, di non
avere posseduto quella scheda SIM con quel numero di telefono. Tutti quanti
avevano fornito un alibi per l’ora dell’omicidio, soprattutto Andrea che
all’ora dell’omicidio si trovava al Pronto soccorso dell’Ospedale Cardarelli
di Napoli per un incidente in moto. I Verbali di Pronto Soccorso e della
Stradale lo confermarono.
– Andrea De Felice, nato a Napoli il 4 agosto del 1975, professione
carpentiere. Suo fratello Antonio De Felice, nato a Napoli il 18 dicembre
del 1968, di professione ricercatore e docente di biologia marina presso
l’Università di Trieste dove vive e lavora da circa dieci anni e dove s'è fatto
pure àa famiglia; è infatti sposato co’ due bambini. Cioè… nun è che è un
pedofilo-poligamo, volevo solo di’ ch’è sposato co’ su’ moglie e che, sempre
da su’ moglie, ha avuto du’ figli… n’so se me spiego Ispettò.
– Oh Rizzo, ma stamattina sei venuto a lavorà o hai mandato la
’ontrofigura?... Ho capito, ’un so’ mmià sscemo, vai avanti.
– No, volevo solo esse’ preciso… n’se sa mai.
– Rizzo, il giorno che te sarai preciso, pisceranno le galline.
– Perché? Le galline nu’ fanno àa pipì?
– Ma c’ho fatto di male?! – Esclamò disperato il Vannucci. – Lasciamo
pérde, va’ avanti per favore.
– Mò c’ho detto?... ’mmazza ’e carattere, va beh, dov’è che ero rimasto?…
Ah sì! Pare che dal 2 aprile 2007, ’sto Antonio De Felice, si trovi a
bordo della nave “Neptunus” dell’OGS, leggo testualmente: Istituto Nazionale
di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale di Trieste, appunto, per
ricerche. Più precisamente si troverebbe a largo delle isole Falkland… Ispettò,
’ndò sarebbero ’ste isole?
– Patagonia, Sud America, credo o giù di lì. Comunque vai avanti, ’un ti
fermà più per favore. – Rispose il Vannucci.
– In fonno a destra, praticamente? – Continuò Rizzo.
– Rizzo, ’un è ggiornata oggi, se dici ancora una bischeràta ti sparo. – Gli
ordinò il Vannucci.
– Stia bono Ispettò, nun se alteri, era solo ’na domanda… comunque
dove se trovi il Dottor De Felice è tutto ancora da verificà. Sembrerebbe,
inoltre che, sempre il Dottor De Felice, sia un fervente attivista di Green
Peace. Poi… il padre Gennaro De Felice, nato a Napoli il 10 gennaio del
1947, professione Guardia Giurata. La madre Carmela Giordano, nata a
Salerno il 21 ottobre del 1950, professione casalinga. Tutti residenti, escluso
il figlio più grande, Antonio, a Napoli, in via Santa Brigida 242.
– Ora férmiti e piglia fiato Rizzo, ’un ci sei abituato a parlà troppo a lungo
in italiano e ’un voréi ’e ti facesse male. – Lo interruppe l’Ispettore.
– No aspetti Ispettò, nun ho finito: i De Felice avevano anche una figlia.
Aggiunse il Sovrintendente Rizzo. – Anna De Felice, nata il 15 agosto del
1973 e scomparsa il 15 agosto del 1990.
– Ah, il giorno del suo compleanno… poveraccia. – Commentò il Vannucci.
– Sembra si sia buttata o non si sa se l’hanno buttata, giù da ’na scogliera
de Procida. – Continuò Rizzo. – Il corpo non fu mai ritrovato, pare che la
conformazione dée scogliere e le corénti abbiano dato una mano, fu ritrovata
solo la borsetta con pochi effetti personali e, qualche giorno dopo, una scarpa
da alcuni pescatori, che i genitori riconobbero come della figlia. Di tutti i
membri dàa famiglia, risulta avere precedenti penali solo Andrea De Felice,
e comunque roba de poco conto, solo una denuncia per rissa. – Concluse
Rizzo.
– Delafìa! Siamo a ccavallo! – Borbottò l’Ispettore Vannucci. – Nessun
testimone e in più quel ragazzo, quel… Renzo, non aveva nessun motivo per
esse’ ammazzato. Fuori da qualsiasi giro particolare, nessuno screzio o particolari
nemici, mah!... Laura ha detto che hanno passato tutta la sera insieme
senza parlà con nessun’altro… un po’ pògo pe’ lavoràcci sopra. – Disse
il Vannucci guardando il Sovrintendente Rizzo.
– C’è solo ’sto Andrea De Felice, che sicuramente è uno scemo che ha
voluto giocà càa bimba del Maffei, e con l’alibi che c’ha lo si può solo
accusà d’esse’, appunto, scemo e pure tanto, visto che per fassi le seghe al
telefono ha usato il proprio numero. – Disse Rizzo, ricevendo dal Vannucci
un’occhiataccia che lo fece immediatamente pentire di aver parlato. Per un
attimo si era scordato che stava parlando della figlia del miglior amico dell’Ispettore.
– Novità dalla scientifica? – Domandò il Vannucci, passando sopra alla
poca delicatezza del Sovrintendente.
– A parte quello che già sapevamo, c’è la conferma che l’assassino
doveva esse’ alto circa un metro e ottanta, ha usato un silenziatore e non ha
lasciato tracce. Ah! Hanno trovato ar collo della vittima, una collanina de
perline de plastica colorata, come quelle de’ bambini e pare che prima nun
c’aavesse, bisognerà chiéde a Laura conferma. Impronte c’è ne sono quante
ne vuole, basta solo capì se ci sono anche quelle dell’assassino. Ne hanno
isolate e contate 96 tipi diverse. – Concluse Rizzo.
– Ecco bravo! Passale sul Database, vedi se esce qualcosa. – Gli ordinò
con gusto il Vannucci.



Capitolo 11

Il confronto delle foto di Andrea De Felice e della sua famiglia con le
immagini sul telefonino di Laura risultò positivo e la stessa Laura confermò,
indicando Andrea De Felice come la persona con cui lei aveva avuto la
relazione telefonica. Non restava, a questo punto, che comparare le voci. Su
richiesta della Procura di Lucca fu eseguito, così, un confronto vocale a
mezzo di apparecchio telefonico tra Laura, Andrea De Felice e i suoi genitori.
Un confronto dal vivo poteva essere condizionato e influenzato dall’ambiente
e dalle emozioni, il Vannucci pensò che poteva essere, quindi, più
attendibile se si fossero ricreate le condizioni in cui si svolgevano realmente
le conversazioni.
Laura si prestò al confronto ma l’esito della prova non fece altro che
complicare le cose, lei non riconobbe nella voce di Andrea De Felice la
stessa del telefonista misterioso, ma riconobbe, invece, le voci dei genitori
per come si erano presentati.
– Bene ora ’un lo possiamo neanco accusà d’esse’ scemo. – Disse deluso
il Vannucci. – Non ci sono elementi per perseguì Andrea De Felice, né
per le molestie né per l’omicidio di Renzo Ghilarducci, mah… Ascolta rizzo:
della telefonata ricevuta da Mario la sera che Laura è stata portata in ospedale,
hai controllato ’ttabulati?
– Sì e risulta fatta da ‘na gabina telefonica a Pisa, per la precisione da
Migliarino. – Rispose Rizzo.
– E oh, ti pareva! Era troppo facile sennò. – Commentò l’Ispettore.
“A meno che Laura nel Pub non sia stata vittima della sindrome di
Stendhal, il che pò anco esse’ probabile visto il grado di coinvolgimento della
ragazza, questo telefonista fantasma rimane pratiaménte l’unio indiziato”.
Pensò il Vannucci. “Si fa chiamà Andrea De Felice ma non è Andrea De
Felice ma allora perché utilizzà l’identità del De Felice e tirà in ballo tutta la
su’ famiglia? Li ha scelti a caso o li ’onosceva? E come si è procurato le foto
di tutta la famiglia e i documenti di Andrea necessari per acquistà una SIM?
Poi, comunque, Laura aveva rionosciùto le voci de’ggenitori e ci sono i tabulati
telefonici della SIM di Andrea e di Laura che confermano il tràffio di
chiamate sia in ingresso che in uscita e le celle di provenienza, questo, se
non altro, esclude che Laura si sia ’nventato tutto. Ma perché ammazzà il
ragazzo? Gelosia? Pazzia? Uno scemo da solo lo si pò definì un maniaco, un
gruppo di sscemi si chiama organizzazione”.
La teoria del gioco l’aveva già verificata, c’erano stati effettivamente
casi analoghi un po’ in tutta Italia ma ogni indagine intrapresa non era approdata
a nulla. Addirittura si era formulata anche l’ipotesi di una setta religiosa
ma la cosa era finita lì.
“Ma se fosse questa la pista giusta”, continuò a pensare l’Ispettore, “allora
i De Felice potrebbero esse’ tutti d’accordo e si sarebbero, inoltre, serviti
dell’aiuto di un complice esterno, dotato di una voce “suadente”, armato
di una calibro 9x21 e magari non necessariamente giù a Napoli ma qui a
Viareggio. Usà poi un numero di telefono intestato a uno di loro potrebbe
esse’ una sorta di tagliando necessario per riscuote il montepremi in caso di
vincita, una regola obbligatoria del gioco per attestarne la partecipazione. E
l’obbiettivo del gioco? Spaventare, plagiare, soggiogare una ragazza fino a
falla impazzì e portarla al suicidio. Certo che deve esse’ alta la posta in giòo
per giustificà questi mezzi”. Restava comunque ancora da verificare la voce
del fratello Antonio ma finché lo stesso non avesse fatto ritorno in terra
ferma, questo non sarebbe stato possibile o perlomeno attendibile.
– Rizzo! Andiamo a fa’ colazione, dai!


 
Capitolo 12

Era una bella mattina di maggio, il sole era caldo, una piacevole anteprima
dell’estate.
Guardando tre ragazzi in pantaloncini e ciabatte con tanto di rastrello in
spalla e diretti verso la spiaggia davanti a piazza Mazzini, Luca pensò che
avrebbe rinunciato anche a sei mesi di stipendio pur di poter andare anche
lui “a ffa’ nnìcchi”, invece di restare lì, in fila, a bollire in macchina.
Aveva appuntamento col Dottor Bertuccelli per mezzogiorno nel suo studio
al Marco Polo, l’aveva chiamato la sera prima, voleva qualche informazione
sulle motivazioni che avevano spinto sua moglie al suicidio.
Questa era la parte del suo lavoro che odiava di più: parlare con i vivi dei
loro morti.
Il Dottor Emilio Bertuccelli era un noto chirurgo, rimasto involontariamente
al centro di una brutta vicenda, nei primi anni novanta, con la morte
per suicidio della moglie Eleonora, dopo una presunta relazione con una
persona, la cui identità non fu mai veramente accertata. Si dice che nemmeno
la signora Bertuccelli avesse mai visto realmente dal vivo questa persona,
la relazione, infatti, da quanto sostenuto sempre dal marito, si svolse
esclusivamente e solo per telefono, una cosiddetta relazione al “buio”, che,
sempre da dichiarazioni del Dottor Bertuccelli, portò la moglie all’inspiegabile
gesto estremo.
Il professionista indicò sempre questa persona come unico responsabile
della tragedia, ma le indagini e le ricerche fatte non portarono mai all’identificazione
dello sconosciuto né fu possibile attribuire alcuna responsabilità a
suo carico, arrivando così all’archiviazione del caso come suicidio. Il Dottor
Bertuccelli, che fino allora era stato un brillante medico, Primario di Chirurgia
all’Ospedale Santa Chiara di Pisa, subì dalla vicenda un pesante tracollo
psicofisico che lo tenne a lungo lontano dalla professione, quanto bastò a
fargli perdere fama e notorietà.
– Dottore buongiorno!
– Ispettore è un piacere vederla, a cosa devo l’onore della visita?
“Ecco ora viene ‘l bello!” Pensò il Vannucci.
– Avrei bisogno di falle, purtroppo, qualche domanda sulla scomparsa di
sua moglie.
– E come mai? Se posso permettermi di chiederlo Ispettore, in fondo è
stato solo un suicidio, lo avevate detto anche voi no? Come mai adesso la
Polizia mostra nuovo interesse per la cosa?
– Il caso non l’avevo seguito io, ma, se non riòrdo male, lei sostenne che
c’erano delle responsabilità da parte di quella persona, per altro mai identifiàta,
che aveva intrecciato una relazione per telefono con sua moglie.
– Cos’è? È morto qualcun altro? – Chiese il Dottor Bertuccelli.
Il Vannucci schivò la domanda proseguendo nel suo interrogatorio.
– Ho a che fare con un caso che, per certi versi, mostra diverse analogie
con la metodologia relazionale con la quale quello sconosciuto diciamo…
catturò sua moglie. – Continuò il Vannucci.
– Tutto quello che avevo da dire lo dissi a quel epoca. – Rispose il Dottore.
– Chiesi anche aiuto, ma a tutta risposta ricevetti solo delle prese per il
culo! Mi perdoni la terminologia.
– Non si preoccupi. – Rispose il Vannucci.
– Mia moglie non aveva solo perso la testa per quell’individuo, lui l’aveva
plagiata, era come se lei avesse perso il senso della ragione; non la faceva
dormire la notte, la svegliava in continuazione…
“Ecco, appunto, questa è una delle ’ose che volevo sapé!” Pensò il
Vannucci.
– Ma lo sa che queste sono tecniche di tortura usate dai militari per
cancellare ogni forma di resistenza ai prigionieri? E mia moglie aveva perso
la sua volontà, la sua identità.
– Capisco. – Annuì il Vannucci. – Un’ultima domanda Dottore: sa dìmmi
se questo individuo usava minacciare sua moglie di lasciarla, o meglio, se
usava la tecnica del ricatto per indurla a tacere della relazione con tutti?
– Le confesso una cosa Ispettore, lo so non è legale, ma all’epoca registrai
a loro insaputa alcune conversazioni fra Eleonora e quel “bastardo” e
devo dire, che lui faceva sempre questo gioco, mia moglie passava continuamente
dalla serenità alla disperazione proprio grazie a questi giochetti,
finchè… – E s’interruppe, lasciando la frase incompleta.
– Quelle registrazioni le conserva ancora? – Chiese il Vannucci.
– No, quando è morta Eleonora ho distrutto tutto… capisce?
– Capisco Dottor Bertuccelli, capisco e stia tranquillo, noi non ci siamo
mai detti nulla. Le tolgo il disturbo Dottore, la ringrazio per il tempo che mi
ha dedicato.
– Non è stato un disturbo Ispettore, è stato solo un po’… un po’ doloroso
ricordare.
– Comprendo Dottore. Grazie e buona giornata!
– Grazie a lei Ispettore per il lavoro che sta facendo.
Il Vannucci stava per uscire quando il medico lo chiamò.
– Ispettore!
– Si? – Rispose il Vannucci
– Per favore… lo prenda.
– Stia tranquillo Dottore, stia tranquillo, arrivederci.



Continua...


"Persone che non c'erano"
è edito da ZONA Editrice, per la collana ZONA Contemporanea.
E' acquistabile od ordinabile in tutte le librerie, oppure direttamente dal sito dell'Autore:
www.marcotrogiartestudio.com
 

sabato 28 aprile 2012

Capitoli 7,8,9

Capitolo 7





“Sembra quasi che tutti aspettino ’ggiorni di festa pe’ stà male”, pensò
Mario cercando disperatamente un pensiero scemo per distrarsi, per non
pensare che era la seconda volta che le salvava la vita. La prima aveva due
anni e fu grazie al suo rude ma efficace intervento che Laura non morì
soffocata. Adesso era la seconda ma questa volta Mario si sentiva però un
verme. In qualche modo, anche se la ragione lo scagionava, lui si sentiva
sulle spalle il peso della responsabilità, il fardello della colpa…
Era Pasqua e c’era un bel da fare nella trattoria ma nonostante ciò,
inspiegabilmente, Mario sentì a un certo punto il bisogno di chiamare Laura.
Lei era da sola a casa e non rispose al telefono, fu così che Mario, senza
neanche dare spiegazioni, mollò tutto lì e corse a casa: Laura era sul letto,
rannicchiata su un fianco, sembrava che dormisse, poi la corsa in ospedale.
Adesso Mario era lì, seduto in un angolo del Pronto Soccorso, con gli
occhi umidi e il cuore in mano, pronto a donarlo se mai qualcuno gliel’avesse
chiesto. Accanto aveva Rosa, in un orgoglioso e penoso silenzio, Mario si
voltò un poco per guardarla, provò tanto amore per lei quanto non ne aveva
mai provato. Socchiuse gli occhi un attimo e quando li riaprì, si guardò intorno
realizzando che c’era veramente tanta gente quel giorno in ospedale e
qualcuno lo conosceva pure: c’era la Leda, l’inquilina del piano di sotto,
aveva un braccio ingessato, “Chissà ora ’e processione sotto ’asa”, pensò
Mario, c’era Giuliano l’allenatore di Massimo, infine c’era l’Avvocato De
Santis, un tipo alquanto discusso che stava parlando animosamente con un
ragazzo alto, biondo e col pizzetto.
Non finì di osservare il ragazzo che dall’altoparlante chiamarono:
– Signori Maffei.
Laura era fuori pericolo.
I Dottori dissero che era necessario che la ragazza restasse in osservazione
un paio di giorni, aveva assunto troppi psicofarmaci e inoltre avrebbe
dovuto, secondo protocollo, passare una visita psichiatrica prima di poter
essere dimessa. Rosa chiese di passare la notte assieme a Laura, ma fu
invano.
Era ormai mezzanotte passata, Mario e Rosa si avviarono stanchi verso
casa, avevano entrambi dieci anni di più del giorno prima. Arrivati a casa,
Rosa scese dall’auto per aprire il cancello quando in quel mentre squillò il
telefonino di Laura che Mario aveva ancora con sé:
– Pronto c’è Laura?
– Chi parla? – Chiese sorpreso e preoccupato Mario.
– Sono un amico di Laura. – Rispose lo sconosciuto, con una voce più da
adulto che da ragazzo.
– Laura non c’è, non c’è per nessuno! – Disse Mario, alzando il tono
della voce.
– Per nessuno? …Perché? È morta? – Domandò lo sconosciuto, con
sinistro sarcasmo.
Mario non ebbe la forza né le parole per rispondere, ebbe solo un sussulto
che gli fece cadere il telefono dalle mani e quando lo raccolse, lo sconosciuto
aveva riagganciato. Controllò il registro delle chiamate ma il numero
risultava avere identità nascosta. Mario rimase immobile col motore acceso,
mentre Rosa gli faceva segno di muoversi.
Non disse niente a sua moglie per non spaventarla ma non chiuse occhio
per tutto il resto della notte.
La mattina seguente arrivò Marzia, la sorella di Mario, nella concitazione
degli eventi nessuno aveva pensato di avvisarla, avevano comunque provveduto
i cari paesani.
Torre del Lago in fondo era un “paesone” dove ancora si riusciva a
sapere tutto di tutti più velocemente che con Internet.
Marzia era la zia più vicina a Laura ed era naturalmente informata della
storia e dei suoi retroscena.
– Ti riòrdi, qualche anno fa, la moglie del Dottor Bertuccelli? Fu una ’osa
molto simile, uscì anco sul giornale. – Disse Marzia, rivolta a Rosa.
– No, non me lo riòrdo. – Rispose Rosa.
– C’era in giro la voce che ci fosse un giòo, con un cacciatore e una
preda, dove il cacciatore vinceva se portava la preda al suicidio. Non ti
sembra strano questo, messo insieme a tutto il resto? – Domandò Marzia.
Mario, che stava apparecchiando, si fermò per ascoltare.
– Anco lì, la moglie del Bertuccelli, s’invaghì di uno, uno che ’un aveva
mai visto, pe’ telefono. Solo che le’ delapòvera… le’ finì al Camposanto. –
Concluse Marzia, abbassando gli occhi sull’ultima parola, rendendosi forse
conto del peso della stessa.
e non potevano certo aspettare di svegliarsi, rischiava di essere troppo
tardi. Mario decise così che era il momento di parlarne seriamente con Luca.
– Effettivamente è una storia strana. – Disse il Vannucci. – Ma ’un ci
sono elementi tangibili per cui procéde’ o almeno lavorà. Mi riòrdo anch’io
di vella storia, ma la signora Bertuccelli era ancò nota per ì ssu’ problemi di
depressione. Quello che posso fa’, ma in via informale e in nome della nostra
amicizia, è controllà se questo tipo ha de’ pprecedenti. Non ti stò a di’
Mario che non potrei fallo senza denuncia ma d’altronde dimmi te: che denuncia
possiamo fa’? Come ti dissi l’altra volta, Laura è maggiorenne,
consenziente e non si pò dimostrà che qualcuno l’ha spinta al suicidio. Ti
devi tòglie dalla testa questi teoremi e pensà a Laura soltanto a lei.
– E cosa credi ’e stia facendo?! – Rispose Mario duramente.
– Non è certo leggendo libri gialli che la poi aiutà. – Replicò Luca a tono.
– Si vede vai che ’un è la tu’ figliola. – Disse Mario, voltandogli le spalle
e andando via.
Mario poteva pensare che non gliene fregasse nulla, ma non era vero, a
Luca stavano molto a cuore lui e tutta la sua famiglia, e poi effettivamente la
cosa stava in piedi, c’erano troppe analogie e, com’è purtroppo noto, la
mamma degli imbecilli è sempre incinta. Luca, a questo punto, decise a titolo
personale e soprattutto senza dire niente ai Maffei di fare qualche ricerca o
perlomeno qualche verifica.




 
Capitolo 8


– ’Un è pe’ cattiveria, ma ti rendi ’onto a che punto t’ha portata? – Disse
Mario.
– Forse ’un è il momento di parlànne, ’un lo vedi? È ancora scossa! –
Intervenne Rosa.
– No, state tranquilli, va tutto bene, mi fa bene parlànne invece. – Rispose
Laura, con voce flebile ma serena, il gesto le aveva come ripulito di colpo
gli occhi e resettato il cervello. Indubbiamente Andrea, la sua voce, la sua
presenza le mancavano, non si era mai sentita così importante e viva come
in quei giorni ma cominciava anche a rendersi conto dell’assurdità di tutto,
soprattutto di quel gesto, che era fortunatamente fallito grazie solo all’intervento
del suo papà, quell’uomo di fronte al quale adesso provava vergogna
e che non riusciva nemmeno più a guardare negli occhi. Sapeva che suo
padre l’aveva perdonata perché le voleva bene, perché lui viveva per lei, lo
aveva sempre saputo, ma sarebbe mai riuscito a dimenticare? Suo padre
sarebbe mai riuscito a rimarginare quella ferita che lei, così stupidamente, gli
aveva inferto?
– M’hai detto che faceva il carpentiere, ma lavorando tutto il giorno mi
spieghi come poteva stà in continuazione al telefono con te? – Continuò
Mario con il tono più dolce che lei avesse mai ascoltato. – Te hai visto una
fotografia che poteva esse’ di chiunque e te ne sei innamorata… ma ’un ti
sembra pogo? ’Un ti sembra assurdo? Poteva esse’ uno grande come me!
Un depravato, un maniaco sessuale! Ma possibile che te ’un ti sei mai chiesta
perché questo tizio, quest’Andrea, ha sempre rifiutato di fassi guardà
nelle palle dell’occhi?
Laura si alzò di scatto dal divano e abbracciò suo padre con forza, Mario
fu colto di sorpresa, provò un’emozione talmente intensa che mai in vita sua
aveva provato, sentì tutta la sua paura trasformarsi in amore puro, quel
sentimento incontaminato ed eterno che si può provare solo verso un figlio.
Mai come allora comprese in pieno quanto aveva rischiato di perdere, quanto
gli stavano per rubare. Padre e figlia si dissero un’infinità di cose senza
nemmeno parlare, finché a Laura non uscì un filo di voce:
– Ti voglio bene papà.
– Ben tornata passerotto. – Rispose Mario col nodo in gola.
La primavera aveva ormai invaso ogni angolo della Versilia e più che mai
casa Maffei.
Laura riprendeva ogni giorno di più il controllo della sua vita, assaporando
la felicità di non averla gettata via.
Tutti ebbero modo di parlare ancora e tanto, comprendendo quanto importante
e bello fosse farlo. Mario le raccontò delle sue paure e anche di
quella storia del gioco con il cacciatore e la preda di cui gli avevano parlato.
Raccontava come se per tutto quel tempo lei non fosse stata lì e Laura
chiedeva con la stessa curiosità di qualcuno che era mancato da lungo tempo.
Rosa non avrebbe mai pensato di vedere in Mario così tanto amore per
Laura, non che Mario non volesse bene a Laura, anzi, ma il fatto che in
fondo non era sua figlia naturale, aveva sempre fatto temere a Rosa che alla
lunga sarebbero usciti due pesi e due misure. Adesso però, vederli così insieme,
felici l’uno dell’altra, aveva fatto svanire del tutto quei fantasmi.
Mario e Rosa ci avevano provato a lungo ad avere un figlio, ma poi alla
fine dovettero rassegnarsi. “In fondo se Dio non voleva darle questa gioia
era segno che un buon motivo c’era”, aveva sempre pensato Rosa, facendosene
di questa filosofia una ragione.
Fu Mario ad avere l’idea, Rosa ricordava ancora le sue parole:
– Evidentemente lassù han’ deciso che ci son’ troppi figlioli in giro che non
hanno la fortuna d’avé una famiglia. Forse è questo, quello che ci vòglino di’.
Laura fu adottata che era molto piccola, non aveva compiuto neanche un
anno. Rosa ricordava ancora l’agitazione e l’emozione che provò quando la
prese in braccio per la prima volta e poi ancora la paura e l’imbarazzo di
Mario, quando volle lui portarsi al petto e stringere quel piccolo passerotto,
come Mario la chiamava, con Luca e Luisa accanto a loro che se la ridevano
come matti.
Ma la vita si sa è fatta a modo suo e quindi, a dimostrazione che se vuole,
prende tutti per il culo, arrivò così Massimo. Ci passavano sette anni tra
Laura e Massimo e otto, Mario e Rosa, li trascorsero a vantarsi di avere il
numero ideale di figli, fin quando non arrivò Chiara che stabilì definitivamente,
che il numero giusto doveva essere il tre.
– Sai papà, mentre ero in ospedale ho fatto un sogno, o meglio non lo so
se ho sognato o se è successo per davvero: a un certo punto è passato a
farmi visita un ragazzo, alto, bello, chissà forse era un angelo. Mi ha chiesto
come stavo e mi ha fatto una carezza.
– Ce l’aveva l’ali? – Domandò scherzosamente Mario.
– No dai, ’un mi prende in giro. – Rispose Laura.
– Aveva i capelli biondi, corti e aveva anche la barbetta… come si chiama?...
Il pizzetto!
A Mario passò di colpo la voglia di scherzare, gli venne a un tratto in
mente la scena al Pronto Soccorso: il ragazzo che parlava con l’Avvocato
De Santis, da come Laura l’aveva descritto sembrava proprio lui.
L’Avvocato De Santis, si diceva intrallazzasse con una certa piccola
malavita organizzata che operava in Versilia, se non fosse stato per questo
forse Mario non gli avrebbe mai dato peso, ma i personaggi frequentati di
solito dall’Avvocato, erano veramente inquietanti. Il De Santis possedeva
un’impresa edile e nel contempo aveva quote associative in diversi locali
notturni un po’ in tutta la Versilia. Era stato in passato accusato di favoreggiamento
all’immigrazione clandestina e sfruttamento della prostituzione ma,
grazie ai soliti cavilli legali, ne era ogni volta uscito, pressoché, pulito.
Cosa volevano da Laura? Cosa volevano da lui? In passato, Mario, aveva
avuto qualche screzio con alcuni soggetti di quel calibro ma lui, coerente
col suo carattere, aveva tenuto loro testa, “Che fosse una sorta di vendetta?”
Pensò Mario. Non disse niente a Laura e a nessun altro, nemmeno a
Luca, gli era bastata l’ultima risposta che l’amico gli aveva dato per capire
che, se c’era un problema, lo poteva unicamente risolvere da solo, come
sempre. Aprì la cassaforte, prese in mano la Beretta, vi inserì il caricatore e
se la mise dietro la schiena, era ora di uscire, c’era Massimo da portare
all’allenamento.




 
 Capitolo 9


Mancavano ormai poco meno di due mesi agli esami, non era molto per
rimettersi in carreggiata ma Laura si sentiva in grado di riprendersi, bastava
soltanto riuscire a concentrarsi un pochino di più. Rosa aveva parlato con il
Preside e i professori della scuola e loro si erano mostrati molto comprensivi
e pienamente disponibili ad aiutare Laura.
Anche Federica, Stefania e il suo fidanzato, cercavano in qualche modo
di stargli vicino, non passava giorno che non trovassero una scusa per passare
da casa o perlomeno per telefonarle. Le avevano persino chiesto di
ricominciare a uscire il sabato sera, invito che Laura aveva timidamente
declinato. Lei capiva che le avrebbe fatto bene uscire e distrarsi, ma non si
sentiva forse ancora abbastanza “sgombra” per riuscirvi o magari, più semplicemente,
era solo una questione di paura. Quelle ultime parole di Andrea,
Laura non le aveva mai capite ma ne sentiva, tuttavia, sulle spalle lo sconosciuto
e minaccioso peso. Ciò nonostante doveva farlo, era necessario dimenticare,
alla fine avrebbe dovuto per forza aprire una finestra per cambiare
l’aria a quella stanza nella sua testa, da troppo tempo chiusa.
Anche Mario aveva paura. Lui conosceva piuttosto bene con chi poteva
avere a che fare, restava solo da capire che cosa volessero da lui. Decise
così di cominciare a prendere qualche precauzione, iniziando col non perdere
mai di vista i tre figli. Ogni mattina li accompagnava personalmente a
scuola, andandoli puntualmente a riprendere all’uscita e, se per qualche
motivo non poteva, incaricava il suo fidato amico Sandrino, uomo particolarmente
adatto a questo tipo di lavori.
Sandrino era, infatti, un tipo cresciuto per strada, faceva il “buttafuori” in
un locale notturno a Torre del Lago, era una montagna di un metro e novantotto
per centotrenta chili e conosceva piuttosto bene certi ambienti e certi soggetti.
Nonostante Mario si fosse fermamente opposto al fatto che sua figlia
uscisse, Rosa con la sua collaudata e infallibile tecnica, era riuscita a convincerlo:
sabato sera Laura sarebbe uscita con Renzo.
In fondo, Mario, bisognava solo saperlo prendere e mostrargli le cose
dalla giusta prospettiva e Rosa, in questo, era una vera maestra. Le era
bastato, infatti, farlo sentire in colpa, costringendolo a notare semplicemente
quanto poteva diventare faticoso per sua figlia dimenticare e ricominciare,
continuando a tenerla chiusa in casa e Mario, dopo qualche mugugno, aveva
alla fine acconsentito.
Renzo Ghilarducci aveva ventisei anni, era un tecnico informatico che
Mario aveva conosciuto, grazie alla sua personale e cronica incapacità di
rapportarsi con qualsiasi oggetto che fosse dotato di una tecnologia più evoluta
di un accendino, in pratica, un giorno sì e l’altro pure, il ragazzo era a casa
dei Maffei a risolvere qualche problema sul PC, causato dalle maldestre
“manacce” del capofamiglia. L’andare e venire dalla casa dei Maffei, aveva
fatto nascere nel giovane una certa simpatia per Laura e adesso, lui
aveva finalmente trovato l’occasione e il coraggio per invitarla a uscire.
Renzo era un ragazzo grassottello e piuttosto timido, forse più di Laura,
nutriva per lei una certa attrazione ma non aveva mai trovato la forza di fare
il primo passo. Era un genio al computer ma, come tutti i geni, scarseggiava
di stile, in sostanza non riusciva mai a dire la cosa giusta nel momento giusto
o peggio ancora, non riusciva mai a perdere l’occasione per stare zitto.
Sabato sera si sarebbe, comunque, giocato il tutto per tutto.
Mario aveva dunque acconsentito, ma nemmeno lontanamente si sarebbe
mai sognato di abbassare la guardia. Toccò così a Sandrino marcare
stretto i due ragazzi e Mario, a proposito, fu molto chiaro:
– Il primo ’e s’avvicina a Laura lo devi massacrà! Mi so’ spiegato?
Sandrino portò con sé Franco, aveva bisogno di un appoggio per poterla
tenere meglio d’occhio, anche perché seguire qualcuno il sabato sera in
Darsena non era cosa facile.
Franco Maione, per gli amici “Veleno”, era un ragazzo di vent’otto anni
di origine napoletana, belloccio, sempre tirato al massimo, faceva anche lui il
buttafuori e praticava con molta convinzione la Thai Boxe. Era bravino,
magari forse un po’ esaltato, ma a parte questo era un ragazzo in gamba e,
per la situazione, tutto sommato l’ideale.

21 aprile 2007
Come tutti i sabato sera, il Pub era stracolmo. Laura e Renzo avevano
trovato posto in un angolo vicino alla toilette, non era il punto più bello del
locale ma era sempre meglio che restare fuori ad aspettare che si liberassero
dei posti, tanto non era quello l’importante. La cosa più bella, infatti, si rese
conto a un certo punto Laura, era che si stava veramente rilassando, Renzo
non era il massimo della compagnia e del divertimento ma non importava, lei
si sentiva bene e, francamente, per la prima volta non gliene fregava proprio
niente di tutto e di nessuno. Laura aveva bevuto solo un succo di frutta e
sembrava già ubriaca tant’era la voglia di ridere, Renzo invece era già alla
quarta birra ed era invece più “impallato” di un tossico sotto anestesia. Parlava
o meglio, cercava di esprimersi ma, nonostante l’ammirevole impegno,
riusciva a emettere solo suoni vagamente comprensibili, impastati e annodati
fra loro come se parlasse con la bocca piena di nutela. Se pensava che la
birra lo avrebbe caricato e sciolto, si era sbagliato e anche di molto, comunque,
le quattro Ceres a un certo punto a qualcosa fecero effetto; Renzo si
alzò, così, per andare al bagno.
Laura rimase da sola al tavolo, i suoi pensieri andavano ora verso suo
padre, lei sapeva quanto era apprensivo. “Chissà ora starà siuraménte guardando
impaziente l’orologio e magari sta già telefonando a Sandrino, voi che
’un me l’abbia messo al culo?” Pensò Laura, provando una certa tenerezza
per suo padre. Adesso lo capiva, chissà come mai ora riusciva a comprendere
quel suo arcaico modo di pensare che tante volte aveva trovato così
inopportuno ed esagerato. “Ora lo chiamo io e lo tranquillizzo!” Pensò ma i
suoi pensieri vennero, invece, bruscamente interrotti:
– Ciao Laura!
Laura si voltò di scatto, il suo cuore cominciò a battere veloce, davanti
aveva un muro di persone che non conosceva. Non riusciva a respirare,
“non è possibile” pensò, continuando a cercare tra la gente, “non è possibile,
è la sua voce, è la voce di Andrea!”
Cambiò posto, si sedette con le spalle alla parete continuando a guardare
verso quella direzione, cercava la sua faccia tra la gente, fu in quel momento
che sentì un urlo provenire dalla direzione dei bagni. Ci fu una gran confusione
generale, anche Laura, sia pure continuando a tenere le spalle attaccate
al muro, si alzò in piedi. Davanti al bagno si era creato un capannello di
curiosi che gli addetti alla sicurezza cercavano, invece, di allontanare.
– Cos’è successo? – Domandò Laura a una ragazza che la folla aveva
spinto verso lei.
– Non lo so! – Rispose la ragazza. – Sembra che abbino trovato uno
morto nel gabinetto.
Sandrino e Franco sbucarono tra la gente, afferrando Laura sotto braccio,
lei non oppose resistenza, non capiva, aveva le gambe deboli, tremava.
La portarono via, prima che potesse vedere o capire qualcosa, giusto un
attimo prima dell’arrivo della Polizia.

Continua...



 "PERSONE CHE NON C'ERANO"
di Marco Trogi
Zona editrice - Collana Zona Contemporanea

Acquistabile nelle migliori librerie o direttamente dal sito dell'Autore:
www.marcotrogiartestudio.com
allo stesso prezzo di copertina senza spese di spedizione aggiuntive.

domenica 22 aprile 2012

Capitoli 4,5,6


Capitolo 4

Il carnevale era passato, l’aria cominciava lentamente a farsi più tiepida
e tutta Viareggio si preparava a respirare il profumo della primavera.
Laura non passava giorno che non sentisse Andrea; lui la rassicurava, le
dava coraggio, la faceva sentire quello che lei voleva, persino bella. Il ragazzo
le aveva inviato la propria foto, aveva ventinove anni ed era bellissimo.
Aveva i capelli lunghi e un sorriso che avrebbe dato serenità e coraggio a
chiunque, persino a lei. Anche Laura gli aveva mandato la sua foto, c’erano
voluti quattro giorni e l’aiuto di Federica, per scattare e soprattutto scegliere
quella giusta, ma alla fine ci riuscì. Andrea le ricaricava anche il telefonino,
voleva che lo chiamasse in ogni momento lei ne avesse sentito il bisogno. Di
notte le chiedeva di addormentarsi con lui al telefono, per poi magari risvegliarla
all’improvviso, solo per mandarle un bacio o per soddisfare anche a
distanza qualsiasi fantasia lei potesse mai avere in quel momento.
– Ti ho svegliata amore?
– No, ti aspettavo. – Rispose Laura.
– Lo sai? Non riesco ad addormentarmi, se non sento la tua voce. –
Disse Andrea dolcemente.
– Anch’io, ormai arrivo anche a sognarlo che tu mi chiami. – Continuò
Laura quasi bisbigliando da sotto le lenzuola perché nessuno la potesse sentire.
– Davvero piccolina?
– Sì.
– La tua sorellina dorme? – Domandò Andrea, con un tono che lasciava
facilmente immaginare a Laura dove l’avrebbe condotta.
– Mh, mh. – Annuì Laura
– Sapessi quanto vorrei essere lì in questo momento...
– Per fare cosa? – Gli chiese sensualmente Laura.
– Indovina un po’? – Rispose Andrea.
Presto ci vedremo, le ripeteva sempre. Il suo lavoro lo impegnava tutti i
giorni. Andrea lavorava sodo, voleva mettere da parte un po’di soldi, di modo
che, appena possibile, avrebbe potuto finalmente raggiungerla per portarla
via con sé. Fino allora nessuno lo doveva sapere perché nessuno avrebbe
potuto mai capire.
Passavano i giorni e con ognuno che se ne andava, Andrea diventava
sempre più importante: più della scuola, delle amiche, della famiglia e persino
di Chiara, che Laura non riusciva, ultimamente, nemmeno a sopportare.
Provava persino gelosia nei confronti della sorellina, come quando Andrea
le chiedeva di parlarle al telefono e con lei giocava al gioco dei segreti,
facendosi chiamare addirittura anche papà. Andrea sapeva indubbiamente
farci con le donne e anche Chiara, nonostante fosse ancora una bambina,
subiva inconsciamente quel misterioso fascino. Le piaceva parlare con lui,
anzi a volte era proprio Chiara che chiedeva di farselo passare al telefono.
A Laura tutto questo non andava giù, certamente non vedeva nella sorellina
una rivale ma Andrea era “roba” sua e tale doveva restare.
Gli esami si avvicinavano ma la cosa non sembrava preoccuparla più di
tanto. Sempre più spesso, con la scusa di stare male, rimaneva a letto tutto
il giorno oppure faceva finta di andare a scuola passando, invece, intere
mattinate sul molo a guardare il mare, conversando al telefono con Andrea,
con la testa piena di sogni, ascoltando il suo respiro, la sua voce e le sue
parole dolci. Andrea le diceva sempre che un giorno l’avrebbe rapita e portata
nel suo rifugio segreto: era un posto meraviglioso, dove lui si recava
sempre quando voleva restare un po’ da solo o quando desiderava parlare
con lei, senza che nessuno lo potesse disturbare. Era una casetta di legno,
immersa nel bosco, sulle rive di un lago, un vero e proprio paradiso che
presto, lui diceva, sarebbe divenuto il loro paradiso.
Andrea era di Napoli ma si esprimeva in un italiano pressoché perfetto,
la sua voce era lievemente nasale, come se fosse raffreddato e questo piaceva
molto a Laura, le faceva venire voglia di coccolarlo. Lui le aveva
mandato sul telefonino, anche le foto dei propri genitori, dicendole che non
vedeva l’ora di farglieli conoscere.
– Sono brave persone sai. Mio padre è una Guardia Giurata e mia madre
è casalinga, sapessi come cucina bene. – Le diceva Andrea con orgoglio.
– Con loro ci si può parlare, loro non ti ammazzano di botte come farebbero
i tuoi se ci scoprissero.
E fu così che un bel giorno…
– Laura voglio presentarti i miei genitori, aspetta! Ti passo mia madre…
Laura fu colta alla sprovvista senza avere neanche il tempo di prepararsi.
– Buon giorno signurì, sono lieta di conoscerla, fate i bravi, nu’ me fate
sta ’n pensiero eh! Mò adesso mi scusi ma devo andare.
– Buon… giorno. – Rispose Laura, incapace di formulare qualcosa di
più articolato per la sorpresa.
– Aspetta Laura! Aspetta! – Continuò Andrea. – Voglio farti parlare
anche con mio padre…
– Buon giorno, sono il padre di Andrea, Gennaro De Felice… mi raccomando
comportatevi bene. Adesso mi scusi ma sono di fretta, devo andà a
lavurà, i miei ossequi signurì.
– Arrivederci. – Rispose di nuovo, timidamente e un po’ smarrita, Laura.
– Li devi scusare Laura, vanno sempre di corsa, sono dei gran lavoratori
sai, ma tanto presto li conoscerai di persona e lo potrai vedere da sola. –
Disse Andrea, cercando di giustificare i propri genitori per la loro scarsa
eloquenza.





Capitolo 5

Trascorrevano i giorni e quel sogno continuava prepotente a dominare la
vita di Laura, avvolgendola e isolandola segretamente dalla realtà quotidiana
e dal mondo intero, come un’immensa bolla di sapone. I segni esteriori del
suo cambiamento si erano fatti però troppo evidenti, perché qualcuno non
cominciasse, inevitabilmente, a notare qualcosa di diverso.
I primi ad avvertire e a subire le conseguenze di questi mutamenti, furono
i suoi fratelli: se prima era principalmente con Chiara che Laura condivideva
i suoi momenti di solitudine, adesso la sorellina rappresentava soltanto
un fastidio, una bimbetta capricciosa che doveva sopportare, obbligata da
una famiglia egoista che non l’aveva e non l’avrebbe mai capita.
Massimo poi, come ogni fratello più piccolo da sempre troppo curioso e
inopportuno, già Laura faticava a digerirlo ma adesso, come posseduta da
una nuova personalità, addirittura arrivava anche a odiarlo, come odiava
tutti, come odiava suo padre solo perché esisteva, solo perché anche Andrea
la pensava così.
Lo stesso Mario aveva notato qualcosa che non andava, ma, ingenuamente,
aveva pensato fosse solo un po’ di nervosismo, un po’ di stress,
causato dall’incombere degli esami di maturità, senza rendersi conto del
grave errore di valutazione che invece stava commettendo.
Ebbe però modo di cominciare a rendersene conto, quando Chiara gli
raccontò dell’altro papà.
– L’altro papà è meglio di te, lui non mi fa andà a letto presto e poi mi fa
giocare… te sei cattivo, con te ’un ci parlo più, ecco! – Disse Chiara a
Mario, che cercava di metterla a dormire.
– Cosa, cosa? – Chiese Mario, fra l’incuriosito e il divertito. – Che sarebbe
’sta storia dell’altro papà? Cioè, ora, invece dell’amìo immaginario, ti
sei fatta il pappà ’mmaginario?
– Sìi! Io c’ho un altro papàa! E lui è meglio di tée! Béene! Mh! – Rispose
Chiara, facendogli la linguaccia.
– E scusa... chi sarebbe lullì? Si ’nsomma, quand’è che verébbe ’vì ’n
casa, quest’altro papà?
– Quando te ’un ci sei. Lui telefona a Laura e lei mi ci fa parlare anche me.
– Ah. – Rispose perplesso Mario.
Se dapprima poteva pensare si trattasse di un gioco, come quello dell’amico
immaginario, ora si trovava costretto a chiedere qualche spiegazione
a Laura ma la reazione della ragazza fu davvero inaspettata. Mario non
avrebbe mai pensato di sentire certe parole uscire dalla bocca di sua figlia,
stentava a credere che fosse lei, la sua bambina. Colei che aveva amorevolmente
per anni cresciuto come una principessa, adesso sembrava come
posseduta dal Demonio. Fu una lite violenta, Laura si ostinava a negare
tutto, riuscendo solo a rinfacciare e a insultare suo padre e sua madre come
mai nessuno aveva fatto, come nessuno si era mai permesso. Fu così che
fra urla, pianti e minacce, per il compiacimento di tutto il vicinato, alla fine
uscì quel nome: Andrea.
Per Mario fu un duro colpo non tanto il fatto che Laura si fosse fatta il
ragazzo, quanto il sapere come lo aveva conosciuto o meglio che, praticamente,
non lo conoscesse affatto. Constatare che sua figlia era cambiata,
che si era trasformata in un’altra persona per qualcuno che non si sapeva
nemmeno se esistesse, fu per lui il segno evidente della sua più grande sconfitta,
la prova tangibile del suo fallimento come padre.
Ci provò anche Rosa a parlare con Laura; se apertamente lei accusava
Mario di avere poco polso con i ragazzi e di essere troppo permissivo, con
Laura alla fine era sempre lei, sua madre, quella pronta a chiudere un occhio,
quella disposta a capire, nascondere e perdonare a lei più che a tutti gli
altri figli. Come adesso quel segreto, quella verità celata per paura che nessun
altro fosse in grado di possedere quella sua infinita comprensione, quella
che solo una mamma può avere. Rosa era, infatti, già da qualche tempo al
corrente di questa relazione e dei modi in cui si svolgeva, ma non osava dire
niente a Mario, sapeva che lui non lo avrebbe mai accettato, mentre il suo
amore di mamma le aveva invece fatto trovare un senso e una giustificazione
perfino a quell’assurda storia, pur di vedere anche sua figlia felice come
tutte le altre sue coetanee.
La stessa Laura, dal canto suo, non sospettava minimamente che sua
madre sapeva, ma una mamma se vuole può avere occhi più grandi e orecchie
più lunghe di chiunque altro.
Nonostante però tutta la calma e tutta la sua dolcezza, anche Rosa fallì.
Aveva chiesto a Laura di calmarsi e di tornare a ragionare, le aveva detto
che avere un ragazzo non voleva dire trascurare la scuola, poteva benissimo
portare avanti le due cose come tutti a questo mondo. A papà ci avrebbe
pensato lei: con un poco di pazienza e la tattica dello sfinimento, metodo che
Rosa conosceva molto bene, lo avrebbe portato pian piano ad accettare i
fatti e poi, quando Mario avrebbe visto con i suoi occhi che non c’era niente
da temere e se Laura ci avesse messo un po’ di buona volontà, chiedendogli
magari scusa, lei sarebbe sicuramente riuscita anche a fargli dimenticare
tutto.
Mario non conosceva il rancore, Mario no, ma Laura a quanto pare sì.
“Ma rancore per che cosa?” Si chiese Rosa, forse aveva veramente ragione
Mario, non erano proprio tutte parole sue.
Avevano deciso di tenere chiuso la trattoria per qualche giorno, non era
certo il momento migliore per farlo, la stagione stava salendo ma forse era il
caso di fermarsi un attimo. Mario e Rosa avevano trascurato quei ragazzi e
caricato Laura di troppe responsabilità, era venuto il momento di riprendere
il controllo della situazione.
– Cos’è? Oggi fate festa? – Domandò Laura, rivolta a sua madre.
– Sì! Io e papà abbiamo deciso che forse era meglio restare un po’
insieme, ci stiamo così poco, non ti fa piacere?
– No! – Rispose seccamente Laura.
Senti… perché oggi non andiamo tutti al ristorante? – Chiese Rosa con
entusiasmo. – Dai, nel senso che oggi facciamo noi i clienti.
– Non ci penso nemmeno. – Rispose lapidaria Laura.
– Beh, allora restiamo a casa, se lo preferisci.
– Quello che preferisco è che mi lasciate un po’ in pace, non c’è niente
da di’ o da spiegà. Il tempo per parlà è ormai scaduto, dovevate farlo prima.
Pensavate forse che mi volessi fa’ suora? – E salendo le scale aggiunse: –
Se ’un volete andà a lavorà francamente m’importa una sega, fate pure,
basta che ’un mi rompìte le palle. Ecco sì! Dediàtevi un po’ a’ vvostri bimbi,
così, almeno oggi ’un me li devo puppà io!
Mario, che fino a quel momento aveva cercato di non metterci bocca,
alla fine sbottò:
– Senti un po’ signorina, ora stai veramente esagerando! Non ti permétte
mai più di rivòlgiti ’osì a tu mà!
– Ah, voi di’ che me lo posso permétte solo con te? – Rispose Laura con
tono di sfida.
– Laura ’un mi provocà. – Disse Mario stringendo i pugni.
– Sennò? – Ribatté Laura, questa volta sfottendo.
Partì dalle mani di Mario un “manrovescio” che nemmeno lui forse se ne
rese subito conto.
Asciugandosi una lacrima Laura sussurrò:
– Sei un padre di merda! Ha ragione Andrea, un buon padre non lascia
da soli ì ffiglioli riordàndosene solo quando gli ’onviene.
Salì in camera, mise alcune cose nello zainetto.
– Dove vai? – Le gridò dietro Rosa.
– Dove ’un mi possiate più trovà. – E uscì sbattendo la porta.
Mario restò di pietra, non aveva mai alzato le mani sui figli, tremava, le
sue certezze stavano crollando, aveva perso il controllo di sé stesso e, cosa
ancor più grave, quello di sua figlia.
– Ciao Luca! Sono Mario, scusa per l’orario, ti disturbo?
– Mario! No che non disturbi, te ’un disturbi mai capellone, come stai?
– Bene… cioè no, ti chiamo perché ho un problema…
– Ch’è successo Mario? – Lo interruppe preoccupato Luca.
– Laura... Laura è scappata di ’asa. – Rivelò Mario quasi vergognandosi.
– Quando è andata via?
– Ieri mattina.
– Ascolta Mario, stai tranquillo, adesso son di servizio, appena smonto
passo da te. Dove ti trovo? Alla trattoria?
– No, sono a casa.
– Va bene, ci vediamo più tardi, mi raccomando stai tranquillo, vedrai è
solo una bravata. Una notte fori di ’asa può solo rinfrescàlle le idee, dai!
Luca Vannucci era un vecchio amico d’infanzia del Maffei. Mario e
Luca avevano fatto le scuole assieme fino alle medie, poi le strade si erano
divise con Luca che, entrato in Polizia, era diventato Ispettore e adesso
prestava servizio presso il Commissariato di Viareggio.
E puntuale come un vero amico Luca arrivò.
– Hai chiamato il pronto soccorso? – Chiese Luca.
– Sì, grazie a ’Dio ’un né sanno niente, ho chiamato anche tutte le su’
amìe, ma ’un l’hanno vista.
– Comunque bisogna aspettà almeno quarantott’ore prima di poté spòrge’
denuncia per scomparsa, e non ci sono altri estremi che l’allontanamento
volontario. – Disse Luca. – Fra l’altro è maggiorenne Mario, non poi fa’
molto, questa è un’età critica, l’unica ’osa che mi sento di dìtti è che, quando
tornerà e vedrai che tornerà, mostrati calmo e comprensivo e cerca di
’onvìncila a parlare, magari fatti aiutà da qualcuno… uno psicologo, per
esempio.
– Laura ’un è matta! – Rispose infastidito Mario.
– Non ho detto che è matta, ’un mi fraintende’ Mario. Vedi, quando
Luisa ed io ci siamo separati, Sara è rimasta per un anno e mezzo in terapia.
Si senton così forti e ’nvincibili questi bamborétti ma alla fine son talmente
fragili e ’nsiùri, che son’ capaci d’affogà anco in un bicchier d’acqua.
Mario passò il resto della giornata annaspando nei dubbi e nei rimorsi,
con l’amaro in bocca per quello che aveva detto Luca, costava ammetterlo
ma aveva ragione, aveva bisogno dell’aiuto di qualcuno, qualcuno che conoscesse
la strada per entrare nella testa di questi ragazzi, così diversi da quelli
dei suoi tempi, così insicuri, così imprudenti, pericolosi per loro e per chi gli
voleva bene.
Squillò il telefono:
– Pronto Mario! È qui con me, va tutto bene!
Era Sandrino, amico di famiglia dei Maffei.
– Dio ti ringrazio! – Esclamò con sollievo Mario.
– Te l’avevo detto che te l’avrei ritrovata. – Sottolineò con soddisfazione
Sandrino.
– Dove siete?
– Alla stazione. Abbiamo parlato ed è tutto a posto. Sta’ tranquillo, dieci
minuti e siamo lì da te.
Sandrino era il classico tipo che conosceva chiunque e praticamente
sapeva tutto di tutti. Era molto affezionato ai Maffei soprattutto dopo che
Mario l’aveva tolto da un grosso casino in cui si era infilato per una questione
di soldi, in poche parole gli aveva salvato la vita. Da quel giorno Sandrino,
come riconoscenza, considerava tutto quello che i Maffei potevano avere
bisogno, come un dovere al di sopra di tutto.





Capitolo 6

Laura non volle rivelare dove aveva passato la notte, non volle dire nulla
ma sembrava obbiettivamente più tranquilla, forse, come previsto dall’amico
Luca, la bravata le ci voleva e le era servita a rinfrescarsi un po’ le idee.
Passò l’intera mattinata senza rivolgere la parola a nessuno, mentre Mario,
trascorse tutto il tempo giù in “baracca” ad armeggiare con gli attrezzi, come
di solito faceva quando era particolarmente nervoso. Si era fatta quasi l’una
quando Mario decise di salire in casa e prendere la cosa di petto:
– Facciamo una ’osa, – disse Mario, – io no’ mi voglio immischià ne’ ttu’
sentimenti, so che non c’ho nessun diritto, ma te per favore méttiti ne’ mmi’
panni, ne’ ppanni di un genitore. Io non intendo oppòmmi a questa storia, sia
pure questa vicenda abbia avuto de’ mmodi e de’ risvolti che te sai non
condivido, ma io voglio solo sapé chi è! Voglio parlàgli!... Credo d’avénne
diritto, no? Credo d’avé diritto di ’onòsce chi, probabilmente un giorno, diventerà
il mi’ genero, o no?
Mario aveva dovuto fare appello a tutta la sua forza e a tutto il suo amore
per riuscire a mantenere la calma e assecondare qualcosa che, per principio,
restava completamente al di fuori della sua naturale comprensione. Fu
un grande sacrificio per lui accettare che sua figlia si fosse innamorata di
qualcuno senza nemmeno sapere realmente chi fosse, ma alla fine scendere
a patti gli era servito a trovare perlomeno un modo, un sentiero, una luce per
arrivare a Laura, per ritrovarla in quell’assurdo buio, prima che fosse troppo
tardi.
Tanto insistette che Laura accettò, così di far parlare suo padre con
Andrea.
– Buongiorno Andrea! Sono Mario, il padre di Laura.
– Buongiorno a voi signor Mario! Mi ha detto Laura che volevate parlarmi?
Dunque, ditemi…
– Sì, ma più che parlàlle, io la volevo semplicemente ’onòsce. – Rispose
Mario. – Ma… mi sembra sorpreso, come mai? Non trova normale che io la
voglia conoscere? – Aggiunse Mario con un leggero e incontinente tono di
sfida.
– No, non sono sorpreso, prima o poi sarebbe dovuto arrivare questo
momento. Comunque sono qui, ditemi tutto, signor Mario.
– Credo di capire che fra lei e mia figlia… ci sia qualcosa. – Disse
Mario, lottando con il crescente odio che provava per quello sconosciuto.
– Mah… direi che c’è anche molto di più, vedo che non parlate molto
con vostra figlia.
Si stava instaurando un clima di sfida tra i due, un clima che rendeva
l’aria densa e quasi irrespirabile. Ignorando la provocazione Mario tirò dritto
al dunque.
– Io non ho nessuna intenzione di oppormi alla vostra, diciamo… relazione,
ma a questo punto trovo opportuno e corétto ne’ nnostri riguardi e soprattutto
nei confronti di Laura, incontràssi… insomma, vedéssi di persona,
non trova?
– Vi avrà detto Laura che io vivo e lavoro a Napoli, comprenderete che
Viareggio non è qui dietro l’angolo, a proposito... spero per voi non sia un
problema che io sia di Napoli.
– Assolutamente no. – Rispose Mario. – Sarete sicuramente al corénte
che anche la mi’ moglie è del sud, per la precisione calabrese… spero che
questo, non sia, casomai per voi, un problema. – Aggiunse Mario, passando
anche lui al voi, con un tono di sfida questa volta più marcato. – Possiamo
comunque scendere noi a Napoli, ci pigliamo una piccola vacanza…
– No! Non è possibile. – Rispose in maniera perentoria Andrea.
– E perché non è possibile? – Chiese Mario, con velenosa curiosità.
– Ho dei problemi che ora non vi posso dire.
Mario cominciava a innervosirsi, l’aria ormai satura stava per esplodere.
Guardò Laura pensando come lei non avesse mai potuto porsi domande o
sollevare dubbi. Lui ne aveva avuti sin dal primo momento che era venuto a
conoscenza dei fatti e adesso, quei dubbi, si stavano trasformando in certezze.
“Lucquì non è chi dice d’esse’, ma chi è? E soprattutto, cosa vole?” Con
questi pensieri nella testa e con la pazienza ormai agli sgoccioli, Mario decise
di alzare il tiro:
– Voglio sapé perché ’un è possibile!
– Non è possibile e basta! Vi dovete fidare. Adesso perdonatemi ma vi
devo lasciare, devo andare a lavorare e non posso perdere altro tempo,
buona giornata signor Mario.
E prima che Mario potesse aggiungere altro, Andrea chiuse la comunicazione.
– Ora basta! – Disse completamente fuori di sé Mario. – Questo è troppo!
Ma chi si crede d’esse’ lullì! – E come prima reazione si fece consegnare
il telefonino da Laura, minacciandola questa volta di sbatterla lui fuori di
casa, se lo avesse ancora sentito. – Se te ti sei bevuta il cervello, ti comunico
che io invece ce l’ho ancora tutto! – Continuò Mario, guardando dritto negli
occhi Laura. – Sei all’ultimo anno di Liceo e adesso ti prepari per la maturità
e ti togli ì ggrilli dalla testa, chiaro?! Non ti voglio proibì d’avé una vita tua,
ma che sia una vita normale, cazzo! Con qualcuno di normale, che si possa
vedé, che abbia le palle di fassì vedé! L’argomento è chiuso e ’un ne voglio
più parlà! Ci siamo capiti?!
Ma nonostante tutta la forza e la determinazione che Mario caricò in
quelle parole, Laura purtroppo non capì.
– Ti ha tolto il telefono, vero? Di chi è questo numero? – Chiese Andrea.
– Ho comprato una nuova SIM e il telefono me l’ha prestato Federica, è
un vecchio telefono di suo padre. – Rispose Laura.
– Perché mi hai chiamato? – Chiese Andrea, con tono insolitamente
distaccato.
– Come perché? – Domandò Laura, stupita. – Dai finiscila di scherzare,
mi sei mancato da morì.
– Ti ci dovrai abituare. – Disse Andrea, con un tono stranamente più
freddo del solito. – Hai infranto il giuramento che avevamo fatto, mi hai
tradito. La nostra storia era molto di più, era qualcosa che andava oltre
l’amore terreno, aldilà della vita. Ti ho sopravvalutato, non sei pronta, no,
non sei ancora pronta.
– Andrea! Cosa stai dicendo? Amore, ti prego! Ti prego! – Laura tremava,
quel castello che con lui aveva costruito le stava improvvisamente crollando
addosso, tutto cominciava a svanire. Il sogno che con tanta dolcezza e
gelosia aveva per tutto questo tempo segretamente coltivato, adesso stava
per finire. – Andrea, amore! Non riesco a capire, ti prego.
– Oh sì, vedrai che un giorno capirai, capirai e comprenderai anche il
perché tu non potrai mai appartenere a nessun altro. – Rispose Andrea. – è
scritto dentro di te: quando l’inizio incontrerà la fine, tu tornerai per
sempre mia... Ricordalo!
E con queste parole Andrea sparì nel niente, tornando esattamente da
dove era venuto, e mancavano tre giorni a Pasqua.

Continua...




"PERSONE CHE NON C'ERANO"
di Marco Trogi
Zona editrice - Collana Zona Contemporanea

Acquistabile nelle migliori librerie o direttamente dal sito dell'Autore:
www.marcotrogiartestudio.com
allo stesso prezzo di copertina senza spese di spedizione aggiuntive.

domenica 15 aprile 2012

Capitoli 1,2,3

“Il Filosofo”




– Ledàa!... Oh Léda!
– Che vvoi Beppe?!
– Ti sérvin’ du’ cipolline?
– Sì vai!
– Vieni di và, pìgline quante te ne pare!
– Nòo! Me ne bàstin’ du’ o tre! …Lo sai no? Son’ da sola...







Capitolo 1




– Io un giorno o l’altro l’ammazzo! – Borbottò Laura, nascondendosi
sotto il cuscino. – Ogni domenica la stessa storia.
Era l’unico giorno della settimana non governato dalla sveglia, mamma e
papà erano già usciti e Chiara dormiva ancora, “se non ci fosse stato quel
rompipalle”, pensò Laura, avrebbe tirato dritto fino a mezzogiorno. Massimo
non poteva costituire problema poiché, se non usciva per andare a giocare
a calcio, avrebbe anche lui dormito fino a tardi o si sarebbe sicuramente
“auto ipnotizzato” davanti alla Playstation. L’unico problema restava sempre
e solo lui: il “Filosofo”.
La finestra della camera di Laura dava proprio sul campo di Beppe, il
“Filosofo”. Lo aveva battezzato così Mario, il padre di Laura, perché amava
imbarcarsi sempre in ragionamenti e filosofie tutte sue, magari talvolta anche
condivisibili, ma sicuramente molto pittoresche. Era un uomo alto e magro,
sulla settantina che, bisognava dire, portava piuttosto bene. Dopo aver lavorato
per anni nell’edilizia, adesso si godeva la pensione dedicando in pratica
tutta la giornata al suo orto che, a onor del vero, coltivava con rara maestria.
La cosa che più innervosiva Laura era il tono e il volume della sua voce. Il
Filosofo, infatti, riusciva ad avere lo stesso tono forte e roboante anche
quando pensava. Lei non lo odiava ma se lo avesse potuto cancellare dalla
faccia della terra, lo avrebbe sicuramente fatto.
Ogni domenica mattina, quindi, senza nemmeno la delicatezza di attendere
che scoccassero almeno le otto, lui andava inesorabilmente in scena e,
se per caso non aveva nessuno con cui chiaccherare, piuttosto cantava o si
lasciava andare all’esternazione di profondi monologhi esistenziali, il tutto,
sempre e comunque, con la precisa volontà di interferire col normale e
naturale corso delle abitudini dell’intera umanità.
Poi c’era Leda, l’inquilina del piano di sotto; vedova ormai da anni, con la
morte del marito aveva riscosso una cospicua cifra dall'Assicurazione, che
l’aveva trasformata in una delle persone più stimate e corteggiate del paese.
Aveva circa sessant’anni e non c’era giorno che non ricevesse la visita di
qualche parente o di qualche paesano, il quale ritualmente si presentava a lei
con piccoli doni, offrendo immancabilmente la propria disponibilità a prestarsi
per qualsiasi favore mai lei avesse avuto bisogno, in pratica una sorta di
processione con tanto di Re Magi.
Laura si era convinta che il filosofo, nonostante fosse felicemente sposato
(non si sa se altrettanto sua moglie), in qualche modo con la Leda ci
provasse, se non altro per non essere da meno a tutto il resto del paese.
Era una bella domenica di febbraio, fuori l’aria era ancora fredda, Laura
si coccolò al tepore delle coperte come con un caldo amante da cui era
impossibile staccarsi, ma erano le nove e tanto valeva a questo punto alzarsi.
Mamma e papà erano già usciti, il lavoro non concedeva loro nemmeno
la domenica e Chiara dormiva ancora come un angioletto accanto a lei. Con la
bambina, Beppe poteva ben poco, quando la piccola diceva di dormire neanche
un terremoto l’avrebbe svegliata, figurarsi quanto mai avrebbero potuto
disturbarla i suoi monologhi filosofici.
Massimo, come da copione, era già sveglio, aveva per prima cosa raggiunto
la cucina e, dopo essersi preparato accuratamente la sua
“colazioncina”, vegetava come uno “zombie” davanti alla televisione, intento
a consumare quel suo primo pasto mattutino consistente in una tazza
formato piscina di caffèlatte e un pacco intero di biscotti, dei quali, come al
solito, ne sarebbero rimaste ben poche briciole.
Laura oramai rassegnata, scese anche lei in cucina; mise su il caffè e
con rituale gesto controllò il telefonino; non c’erano messaggi. Si versò una
tazzina di caffè e si sedette al tavolo della cucina con lo sguardo perso nel
vuoto, in quel nulla dove avrebbe voluto volentieri far sparire per sempre
quel rompi palle del Filosofo.
Il telefonino cominciò a vibrare, era Federica.
– Laura?
– Ciao Fede. – Rispose Laura.
– Sei già sveglia? – Domandò Federica.
– Beh, se ti rispondo, te che dici?
– Mi sbaglio o ci siamo alzati un po’ pòino di traverso stamattina? –
Commentò Federica.
– Va beh... diciamo che non è il massimo del bongiorno, ti basta o vòi un
resoconto più dettagliato?
– No, no per l’amor di Dìo… è sufficiente. Non vorei prénde ancò io
d’aceto. – Rispose prudentemente l’amica.
Ormai, Laura e Federica, si conoscevano fin troppo bene e avevano
imparato entrambe a capire quando era il caso di girare a largo, l’una dall’altra.
In fondo erano due ragazze caratterialmente molto simili, unite dagli
stessi sogni e dagli stessi problemi, per loro, quindi, non era mai stato poi così
difficile comprendersi.
– Vediamo se riesco a ffatti passà ’l nervoso, – disse Federica, – ho uno
scoop eccezionale!
Laura passò improvvisamente dall’inquieto torpore alla curiosità.
– Scoop?! Dimmi, dimmi!
– Non ci crederai mai...
– Dai ti prego, ’un mi tené sulle spine.
– Ieri sera la Stefy… ha tradito Carlo.
– Coosa?! – Rispose stupita Laura. – E come fai a sapéllo?
– Me l’ha detto la Cristina, però te ’un sai nulla, mi raccomando ’un mi
sputtanà. Senti ora ’un posso parlà, c’è mi’ mà che mi ronza ’ntorno, ci
sentiamo più tardi per i partiolàri, ciao, ciao! – Concluse Federica,
riattaccando.





Capitolo 2


La domenica c’era sempre una certa agitazione nella trattoria ma oggi
più che mai fremevano anche i muri, era un giorno speciale, c’era l’ultimo
corso di Carnevale e Mario, da grandissimo pignolo che era, non stava fermo
un attimo.
Normalmente la sua meticolosità stuzzicava istinti omicidi a chiunque gli
passava vicino ma in particolare nelle grandi occasioni, tutto doveva essere
più che perfetto e in ordine e, finché era la sala il centro della sua attenzione,
le cose andavano bene ma quando la sua attenzione si spostava alla cucina,
lì arrivavano i dolori.
Rosa non sopportava le sue continue verifiche e le aspre critiche e la
cosa che la faceva più di tutto andare in bestia era quando Mario cominciava
ad assaggiare e a correggerle ogni pentola. La cucina era il suo territorio
e lei, da buona meridionale, non tollerava essere criticata né, tantomeno,
essere ripresa. Era una donna forte con un carattere deciso e modi di fare
piuttosto risoluti che a volte solo Mario poteva accettare e sopportare, ma
erano più di vent’anni che si tolleravano e francamente non era facile capire
se si erano abituati o in fondo si divertivano così. Sta di fatto che Mario
l’avrebbe di certo risposata e lei, magari borbottando, probabilmente avrebbe
fatto altrettanto. Rosa, nonostante i suoi quarantacinque anni, era ancora
una bella donna: bruna, occhi neri, prosperosa al punto che Mario aveva un
continuo bel da fare per difendere il suo territorio. Lui ormai non se ne
preoccupava più di tanto, aveva capito che comunque la gente lo temeva e
gli bastava semplicemente uno sguardo, per calmare i bollenti spiriti degli stupidi di
turno.
Mario Maffei aveva quarant’otto anni; robusto, pochi capelli e tanto orgoglio.
Amava giocare e scherzare con tutti ma non sopportava i prepotenti,
tanto meno chi osava oltrepassare quelli che lui definiva i limiti del rispetto.
Era viareggino ma aveva assai bene assimilato, vivendo con Rosa, i principi
e la mentalità del sud.
Mario e Rosa erano due buoni genitori, anche se entrambi avevano tempi
e modi che non coincidevano: Mario accusava Rosa di essere troppo dura
con i figli, mentre lei lo rimproverava del contrario. Per essi, comunque,
anche se con metodi diversi, sacrificavano ogni giorno la loro vita senza
nessuna concessione. Già gestire una trattoria non era di per sé molto facile;
gli orari, il contatto continuo con la gente che faceva di tutto per lasciarsi
ricordare, avere poi tre figli, rendeva le cose più complicate, non solo perché
tre bocche da sfamare son sempre tre bocche, ma sopratutto perché fare
quel mestiere significava avere poco tempo da dedicare loro e, come se non
bastasse, i tre “piézz ’e core” in questione, non perdevano mai l’occasione
per rinfacciarglielo.
– Mario! Rispondi al telefono, ho le mani sporche di pesce! – Disse
Rosa.
– Chi voi che sia a ‘quest’ora. – Rispose Mario. – Si saranno svegliati
’mmostri.
Era Chiara, la più piccola.
– Pronto papà, Massimo non mi fa vedé ’ccartoni.
– Passami Massimo. – Rispose Mario.
– Non vuol venire.
– Dov’è Laura?
– Laura è al telefono. Papà, hai finito di lavorare? Quando vieni? Laura
non ha ancora fatto da mangiare, io ho fàame!
– Di a Laura di posà ’l telefono e di fa’ subito da mangià, sennò quando
vengo a casa mi sente!
I Maffei vivevano a Torre del Lago e da anni gestivano una piccola
trattoria a Viareggio, in Darsena. Era un’attività che li impegnava molto e
soprattutto faceva condurre loro una vita troppo diversa dalle persone comuni:
non c’erano feste, non esistevano domeniche, in pratica loro lavoravano
quando gli altri facevano festa e viceversa. Era oltremodo difficile così
coltivare anche delle amicizie e naturalmente questo tipo di vita, con le sue
difficoltà, si rifletteva chiaramente anche sui figli, poiché alla necessità di
lavorare, era legato l’obbligo di seguirli e non lasciarli mai da soli, soprattutto
Chiara e Massimo che erano i più piccoli. Dopo deludenti esperienze con
varie babysitter e in fondo anche per risparmiare, Mario e Rosa avevano
così deciso di contare soltanto sulle proprie forze: organizzando dei turni, era
previsto che, quando Mario e Rosa si trovavano al lavoro, Laura fosse responsabile
dei suoi fratelli, mentre le volte che lei avesse desiderato uscire
con le amiche, Chiara e Massimo sarebbero restati in compagnia della la zia
o con i genitori stessi alla trattoria.
Laura era la figlia più grande, aveva diciannove anni ed era una ragazza
come tante e, come praticamente tutte le ragazze della sua età, sincronizza-
va la sua vita con il cellulare. Lo portava sempre con sé e guai a chiunque
provasse mai a sbirciarci dentro. Non era una brutta ragazza ma nemmeno
le si potevano attribuire particolari qualità che la potessero rendere interessante
a primo acchito. Lei lo sapeva ed era forse per questo che non protestava
più di tanto se capitava qualche volta di dover rinunciare a uscire per
badare ai suoi fratelli, magari quando uno di loro era a letto ammalato con la
febbre. Era una ragazza di media statura, i capelli lunghi, castani, leggermente
mossi, fisicamente piuttosto “scarsa” in quelle cose che facevano
girare la testa ai maschietti e in più non metteva molto impegno per provare
almeno a valorizzare il poco in dotazione. Non era grassa ma nemmeno si
poteva definire magra, solo che quel poco di ciccia in più, madre natura
gliel’aveva messa addosso nei punti più sbagliati. Una cosa aveva particolarmente
bella, lo sguardo.
Incorniciati dentro a ciglia lunghissime, c’erano bellissimi occhi chiari, tra
l’azzurro e il verde acqua, trasparenti, limpidi, capaci di ipnotizzare anche da
dietro a quegli occhiali da “secchiona”, se solo lei lo avesse voluto. Peccato
però che lei non lo avesse mai voluto, mai, infatti, era riuscita a guardare
negli occhi un ragazzo più di due secondi.
L’unico modo in cui riusciva a essere un po’ più spavalda e sicura di sé,
era dietro ad un computer o al suo telefonino: dopo alcune esperienze poco
elettrizzanti su Facebook, aveva scoperto un canale televisivo dove passavano
in sovrimpressione messaggi con numeri di telefono di ragazzi e di
ragazze in cerca di nuovi amici e lei, qualche volta all’insaputa di suo padre,
aveva segretamente abdicato alla tentazione. Ogni volta però l’avventura si
rivelava più una delusione che un appagamento ma, se non altro, la cosa
faceva da carburante alle sue notturne fantasie.
Massimo era il fratello mezzano, aveva dodici anni e viveva anche lui in
un mondo tutto suo fatto però di pane e di pallone. Giocava, infatti, a calcio
ed era piuttosto bravino, anche se, opinione di tutti, sicuramente era molto
più abile con la forchetta che col pallone. A proposito Laura sosteneva che,
se si fosse trovata senza cibo da sola con lui in un’isola deserta, mai certamente
si sarebbe addormentata senza averlo prima saldamente legato.
Infine c’era Chiara, la sorellina più piccola, aveva quattro anni ed era la
coccolina di tutta la famiglia, per lei non esistevano gelosie e tutti facevano
a gara a chi la viziava di più.
Laura con la scuola aveva un buon rapporto, non aveva mai dato delusioni,
tranne un anno scolastico perso per motivi di salute. Frequentava brillantemente
l’ultimo anno del liceo classico, dopo di che si sarebbe voluta iscrivere
alla Facoltà di Legge all’Università di Pisa, il suo sogno era diventare
un Giudice.
Non altrettanto buono era il rapporto con i compagni di scuola, forse
perché, essendo di un anno più piccoli, Laura li trovava così superficiali e
loro, di rimessa, pensavano che lei fosse una di quelle che se “la tirava”, di
quelle che, insomma, amavano fare razza a parte. Nessuno quindi si preoccupava
di coinvolgerla in iniziative extra scolastiche e lei non ne faceva poi
un dramma.
Aveva solo due amiche, Stefania e Federica, ex compagne di scuola
lasciate assieme all’anno perso, con le quali trascorreva ogni attimo di libertà,
anche soltanto per telefono. Peccato che Stefania fosse fidanzata, con
lei sicuramente ci sarebbero state più cose interessanti da raccontare, ma
c’era purtroppo meno tempo per farlo ed è così che Laura finiva per passare
quasi tutto il tempo con Federica, anche lei come Laura sempre in attesa
di qualcosa.





Capitolo 3


Quella domenica a Viareggio era previsto l’ultimo corso di Carnevale e
questo rendeva Laura più acida del solito, lei non amava la confusione e
tantomeno il Carnevale.
Al contrario di tutti i viareggini per Laura quella festa non era un particolare
e sentito avvenimento ma soltanto una vera e propria scocciatura, che
le faceva venire ancora meno voglia di uscire, di quanta normalmente già ne
possedesse.
Per il resto della popolazione, invece, il Carnevale era una cosa seria:
c’erano addirittura famiglie che cucivano artigianalmente i propri costumi,
mantenendo la segretezza della cosa come fosse un Affare di Stato, per poi
con orgoglio sfoggiarli ai corsi domenicali o meglio ancora ai rioni, considerati
da tutti i viareggini come il vero e proprio Carnevale.
Nei corsi rionali non sfilavano i grandi carri allegorici della domenica in
passeggiata ma solo bande, cortei di mascherate e piccoli carri che ciascun
rione presentava in una sorta di corso parallelo notturno. Una festa meno
spettacolare ma sicuramente di non minore importanza, dove si mangiava e
si ballava al suono di piccoli complessini musicali e dove si avvertiva sicuramente
maggiore il sapore del Carnevale di una volta.
Il corso della domenica, invece, era quello conosciuto in tutto il mondo:
grandi carri allegorici di carta pesta colorata che sfilavano in un circuito che
comprendeva la passeggiata e il viale a mare, in mezzo a una folla incredibile
di persone e tanti, tanti coriandoli. Era dunque un avvenimento molto
importante per Viareggio, una secolare tradizione che si tramandava di generazione
in generazione.
Il Carnevale però non finiva certo lì: c’erano i veglioni, feste organizzate
nei locali tipici della zona, c’era la “canzonetta”, una tipica rappresentazione
teatrale a carattere umoristico e in vernacolo viareggino, insomma, tutto un
mese dove il viareggino vero e proprio, pensava solo “a ffa’ bbaldòria”,
rimandando così i suoi problemi quotidiani a dopo il Carnevale. Questa era in
sostanza la filosofia del Carnevale a Viareggio.
Comunque questa volta, con l’esca del pettegolezzo, Federica era riuscita
a convincere Laura a partecipare al corso. Federica l’aveva così costretta
a chiamare la zia e a modificare, quindi, tutti i suoi programmi per la giornata,
che prevedevano come occupazione principale la meditazione e il sogno. La
zia sarebbe passata a prendere Laura e i suoi fratelli verso le quattro e assieme
si sarebbero recati a Viareggio, dove poi Laura avrebbe raggiunto Federica
mentre la zia avrebbe portato i bimbi a fare un giro, naturalmente fuori dal
corso, perché lei proprio non se la sentiva di portare Chiara in quella bolgia.
L’unico a non trovarsi molto d’accordo sul programma fu Massimo, che avrebbe
preferito raggiungere gli amici ma, a dodici anni, suo padre non riteneva fosse
ancora il caso di mandarlo al Carnevale da solo, figurarsi poi all'ultimo corso
serale. Il ritrovo per il ritorno fu stabilito per tutti alla fine della manifestazione
presso la trattoria dei genitori, che in quel particolare giorno avrebbero fatto
una sorta di unico servizio no-stop, da mattino fino a sera.

Il corso cominciò alle 17:00.
Laura odiava i coriandoli e chi per forza voleva divertirsi, mentre Federica
almeno provava a far credere che si divertiva. Il motivo per cui Laura, se
usciva, lo faceva con Federica, non era solo per il fatto che con lei se la
intendesse in particolar modo, ma soprattutto, perché con lei accanto, si sentiva
meno brutta e quindi, un pochino più sicura. Difatti, se con Laura, Madre
Natura era stata un po’ avara, con Federica era stata proprio stronza. Come
del resto altrettanto stronza, secondo Laura, era stata la stessa Federica per
averla convinta a partecipare a quell’ultimo corso di Carnevale, che lei per un
pelo era quasi riuscita anche quest’anno ad evitare. Contenta o no, ormai era
troppo tardi e purtroppo tutto sembrava presagire, esattamente, quello Laura
s’aspettava: un gran fracasso, una bolgia di persone che spingevano o arretravano
al passaggio di ogni carro allegorico, tanti coriandoli, tanto casino, troppo,
veramente troppo per Laura che oramai era quasi allo stremo. A salvarla fu
quel violento acquazzone che per tutta la giornata aveva minacciato Viareggio,
un vero e proprio diluvio universale, mandato giù a secchiate, a freddare gli
spiriti e la voglia di baldoria carnevalesca di tutti i presenti.
A trovare rifugio sotto la tenda della gelateria Pardini in passeggiata saranno
state una cinquantina di persone, tutte accalcate in cerca di riparo.
Laura non riusciva nemmeno a respirare, i coriandoli che aveva addosso si
erano tutti impastati con l’acqua, era isterica per lo stato in cui si trovava ma
nel contempo contenta, finalmente l’incubo stava per finire. Il Carnevale
volgeva al termine, la gente cominciava a defluire rapidamente dalla passeggiata
e anche Laura e Federica s’incamminarono così verso la Darsena,
in direzione della trattoria dei Maffei.

– Mamma mia ’ome siete cònce! – Disse Rosa vedendo arrivare Laura
e Federica, zuppe di un intruglio d’acqua, coriandoli e schiuma spray. – Se tu
c’avessi un cambio dietro, ti potresti fa’ ’na doccia, prendi un asciugamano,
asciughiti almeno la testa. – Continuò Rosa preoccupata.
A Laura bastava niente per ammalarsi, la sua salute piuttosto cagionevole
era stata da sempre un grosso problema per lei.
– Così bagnata sta’ ssiùra che domani ti vién la febbre. – Disse Mario da
dietro il bancone del bar.
“Già la febbre, magari mi venisse, perlomeno me ne potrei sta’ un po’a
casa da sola, per ì ccazzi mìi”, pensò fra sé Laura, immaginando quanto
avrebbe goduto se ci fosse rimasta anche quel pomeriggio.

– Anvédi quella, guardi che coscìne Ispettò! – Esclamò con quella sua
tipica calata romanesca il Sovrintendente Rizzo.
– Io son qui tutto da strizzà e te pensi alla topa, oh Rizzo delafia, sii serio,
siamo in servizio e sei anco ’n divisa, dai. Piuttosto Rizzo... lo sai che sei
bellino in divisa, sembri un “Pokemon”. – Commentò in modo più nostrano
l’Ispettore Vannucci.
– Che fa Ispettò? Sta a prénne pe’er culo?
– Ci mancherebbe altro, Sovrintendente Rizzo, constato, constato soltanto…
– Ironizzò l’Ispettore.
– Ispettò?
– Oh, che c’è?
– Ce ’a famo ‘na pizza quannò se smonta?
– Rizzo, ma te nella testa c’hai solo topa e pastasciutta?
– Veramente mò parlavo de pizza, Ispettò.
– Mah… ammettiamo che sei di servizio in Afganistan e ti chiàppino
prigioniero ì ’ttalebani, a te, pe’ fàtti parlà, cos’è? Basta ’e ti fàccino saltà ’n
pasto?
– Mò adesso nùn esageràmo.
– E po’, già ti sopporto tutto il giorno, ti devo sopportà ancò a cena?...
Neanche tu fossi una bella fia dai… comunque, vada per la pizza. – Concluse
l’Ispettore.
L’ispettore Luca Vannucci e il Sovrintendente Michele Rizzo erano in
forza al Commissariato di Viareggio. Normalmente facevano parte del reparto
investigativo ma il Carnevale e la necessità di maggiori risorse sul
territorio, li aveva portati di servizio alla porta d’accesso del corso mascherato
in piazza Mazzini. Pioveva come Dio la mandava e il turno per fortuna
stava per finire.
– Ispettò?
– Ariòh! Che c’è Rizzo?
– Che ore se so’ fatte?
– Maa… compràtti un orologino? No eh… Comunque sta bbòno, ’un mi
logorà, tra ’un po’ si smonta. – Rispose l’Ispettore.
Erano le otto e venti e il Carnevale stava ormai finendo, purtroppo prima
del previsto e senza il consueto gran finale con i fuochi d’artificio. La pioggia
non cessava di tamburellare sopra i tettucci delle auto incolonnate in
lunghe file, tutte alla ricerca di una via d’uscita da Viareggio. Le strade
erano un pantano di coriandoli, stelle filanti e acqua. Sul volto delle persone,
che a piedi cercavano disperatamente di raggiungere la propria auto parcheggiata,
la stanchezza aveva preso il posto della mascherata che, oramai
inutile, colava via, scivolando giù dai visi.
La zia Marzia aveva riportato tutti a casa, una doccia e poi tutti a letto. I
genitori di Laura erano ancora al lavoro, Chiara si era già addormentata,
mentre Massimo lo fece poco dopo e, come al solito, davanti alla televisione.
“Finalmente”, pensò Laura salendo stancamente le scale per raggiungere
camera sua, “finalmente un po’di silenzio”. Era bastata una doccia calda
per togliere di dosso pioggia e coriandoli, ma il vociare e il baccano, che per
tutto il pomeriggio le sue orecchie avevano dovuto subire, quello restava
ancora vivo nella testa e ci sarebbe voluto una buona dose di silenzio attorno,
prima che potesse, lentamente, svanire.
Tutti dormivano, Laura non accese nemmeno la televisione come normalmente
avrebbe fatto, raccolse gli appunti e il libro di greco, non ne aveva
voglia ma doveva ripassare, martedì avrebbe avuto un compito di greco. Né
il latino né il greco erano il suo punto di forza e per questo era necessario
quindi portarsi un po’avanti. Si sdraiò sul letto, rassegnata a passare sui libri
almeno un’ora prima di potersi finalmente lasciare andare tra le braccia di
Morfeo. Non erano passati più di dieci minuti che le palpebre di Laura si
fecero pesanti, la stanchezza stava per sopraffarla, quando la musichetta
del telefonino la riportò di colpo in sé:
– Pronto! – Rispose Laura, assonnata.
– Laura?
– …Ssi, chi parla?
– Ciao! Mi chiamo Andrea, mi ha dato il tuo numero un amico che ha
detto di averti conosciuto su “Messagges Box”, spero di non disturbarti.
– E... chi sarebbe questo tuo amico, scusa? – Domandò Laura col cuore
in gola, cercando velocemente di riprendersi e di ricordare ogni nome e ogni
conversazione fatta in chat.
– Stefano, te lo ricordi? Mi ha parlato molto di te e così… volevo conoscerti.
Laura non ricordava praticamente niente e nessuno che potesse legare
in qualche modo a questo nome e la cosa la preoccupava e imbarazzava
molto.
– Beh, allora cosa vuoi? – Rispose Laura, cercando in qualche modo di
riprendersi e di darsi un tono.
– Niente te l’ho detto, volevo conoscerti, solo conoscerti. Se ti ho disturbato,
riattacco, se ti ho infastidito, non ti chiamerò più.
– Sì, cioè no... non mi hai disturbato, cioè… adesso stavo studiando,
domani ho un compito importante.
– Ah, capisco. – Disse lo sconosciuto, mostrandosi comprensivo. – D’accordo,
allora non voglio rubarti del tempo prezioso visto che domani avrai un
compito così importante. Posso solo chiederti che compito hai? Di quale
materia?
– Greco, ho una verifica di greco, martedì. – Rispose Laura.
– Ah! Greco... ma non avevi detto domani? Domani è lunedì. – La corresse
lo sconosciuto.
– Sì, no, lunedì, mi sembra… non ricordo. Ok, adesso devo andare, ciao,
scusami ciao.
Aspetta! Aspetta!... Posso richiamarti mercoledì per sapere come è andata?
– Ssì… sì d’accordo, va bene, però a quest’ora, a quest’ora mi raccomando,
non prima. Ora devo andare, ciao. – Concluse, chiudendo frettolosamente
la conversazione Laura.
Il sonno e la stanchezza sparirono di colpo, Laura passò il resto della
serata a studiare, ma soltanto un’unica pagina e un’unica riga, nella testa
c’era solo quella voce: non aveva età, non aveva sesso, come quella di un
angelo. Era calda, profonda, dolce, trasmetteva una quiete nell’anima che
lei non aveva mai provato prima. “Andrea, chissà che tipo è? Forse ho fatto
male a chiudere il telefono e se non mi chiama più?” Si era fatta quasi
mezzanotte e con queste domande in testa finalmente Laura si addormentò
e sognò, sognò lui.

Continua...